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venerdì 18 gennaio 2013

Quella pietra senza nome

Con questo nuovo contributo vogliamo far luce su un'altra storia che la città racconta; una di quelle storie che rischia di cadere nell'oblio, se non adeguatamente ascoltata.
La storia che tratteremo lega insieme avvenimenti, quartieri e monumenti in un amalgama che Catania è usuale regalarci, così ci lasceremo trasportare dal racconto che essa ha da offrirci.


La chiave del racconto stavolta è una roccia, un macigno di lava, cui le sapienti mani umane di un tempo indefinito diedero forma di cilindro. Si tratta forse di un capitello romano, il cui stile non è facilmente identificabile (tuscanico? ionico privo di volute? pseudo-egittizzante?), la cui storia ci è nota con certezza soltanto a partire dalla prima metà del XVI secolo.
Siamo nel 1516 e la Sicilia è da circa un secolo sede di Viceré.
La stabilità politica del Regno è fortemente compromessa, e la morte del re Ferdinando II d'Aragona, detto il Cattolico, non rende le condizioni più stabili. Al trono sale Giovanna, detta la Pazza, come tutrice del figlio Carlo, futuro imperatore. La Sicilia, resa provincia spagnola, approfitta del momento di instabilità politica per proclamare la propria autonomia e l'occasione la fornisce il medesimo viceré Ugo di Moncada, valenziano, il quale ottenne la carica per privilegio dopo aver combattuto valorosamente per Ferdinando. Gli sarebbe dovuto succedere Ettore Pignatelli, ma il di Moncada rifiutò le dimissioni. Le alte nobiltà isolane approfittarono della situazione appoggiando il viceré uscente sperando così di incoronarlo re di Sicilia e staccarsi quindi dal dominio spagnolo. Inoltre, appoggiando il futuribile re, avrebbero ottenuto notevoli poteri e concessioni che i sovrani d'Aragona debellarono nel secolo precedente.

Si scatenò una sanguinosa guerra civile che coinvolse l'intera Isola, durata ben tre anni. Catania fu tra le città più agguerrite, probabilmente perché il sistema del viceregno tolse alla città anche il privilegio di capitale. I ribelli si davano appuntamento in un giardino che si trovava presso al piano dei Trixini, ossia “i Terzi”, dove si trovavano i ruderi di quello che non si ebbe difficoltà a riconoscere quale tempio pagano del glorioso passato della città. Tra questi vi erano anche il capitello di cui sopra e un grosso frammento di architrave, entrambi di lava.

Uno dei ribelli tradì i compagni (probabilmente si trattava di una spia, di un infiltrato), i quali, una notte in cui si sarebbero dovuti riunire presso l'antico capitello, trovarono ad attenderli i soldati reali i quali uccisero dal primo all'ultimo tutti coloro che giunsero all'appuntamento. Gli arrestati, non presenti sul posto quella notte, finirono l'indomani sulla forca.

Il capitello, bagnato dal sangue ribelle, prese facilmente il nome di “Pietra del Malconsiglio”, poiché consigliò male i seguaci del di Moncada a darsi appuntamento quella notte.

Il viceré dimissionario, sconfitto dopo tre anni di lotte, ottenne comunque il perdono da re Carlo per i servizi dati alla corona in passato e dal 1522 sarà generale dell'esercito reale. Nel 1527, di Moncada sarà nominato sul campo viceré di Napoli, per fronteggiare i francesi che assediarono la città partenopea. Genova, alleata con la Francia, bloccò i rinforzi con un blocco navale e il viceré affrontò eroicamente la marina avversaria andando incontro alla morte nel 1528.

Nominalmente dal 1517, Ettore Pignatelli fu viceré di Sicilia fino al 1535, sedando nel sangue i tumulti residui.
L'area su cui sorgeva il piano della Fiera, alle spalle della Collegiata.
Si affaccia su di essa il negozio Frigeri (1909) di Tommaso Malerba.
Il capitello venne traslato al Piano della Fiera – il quale si trovava dove oggi è lo slargo alle spalle della chiesa di Santa Maria dell'Elemosina, regia Cappella detta la Collegiata – come monito solenne alla città e ai ribelli non ancora identificati; l'architrave fu posto nella Platea Magna (grossomodo l'attuale piazza Duomo) all'ingresso della Loggia e venne usata per legare i debitori insolventi da frustare. Quest'ultimo pezzo finì nel cortiletto dell'antico monastero di Santa Maria di Nuovaluce, demolito per realizzare il teatro massimo Vincenzo Bellini, ma sebbene molte guide e manuali storici su Catania riportino ancora tale ubicazione, lì di tale frammento non resta più traccia e mancando una descrizione accurata del manufatto non siamo in grado di stabilire oggi dove si trovi. Tuttavia conosciamo un frammento in pietra lavica, costituente la chiave di un grande frontone di un edificio scomparso e ignoto che si addossa alla Torre del Vescovo a fare da base per la venerata Madonna di Lourdes, presso via Antico Corso.

Non abbiamo la presunzione di identificare in questo blocco la pietra perduta, ma è piuttosto significativo che essa non venga menzionata da alcun ricercatore del passato, nonostante la sua notevole mole e il suo fregio.
Chiave di timpano addossato alla Torre del Vescovo.
La sua provenienza ci è ignota.
Del capitello invece sappiamo che dal 1872 tornò dove un tempo vi era il piano dei Trixini, all'interno del secondo cortile del Palazzo Carcaci, l'angolo nord-orientale dei Quattro Canti.

Il piano dei Trixini (Triscini) si trovava dove oggi si incontrano le vie Etnea e Antonio di Sangiuliano e prendeva il nome dalla chiesetta di San Nicola dei Terzi, detta appunto dei Trixini, ossia i frati minori di terzo ordine secondo il siciliano medioevale. La chiesa esiste ancora, nell'angolo sud-occidentale, e viene (venne?) chiamata dai catanesi San Nicolella o addirittura Santa Nicolella, al femminile, diminutivo spropositato di San Nicola, per distinguerlo dalle chiese omonime la Rena e al Borgo.
Portale della chiesa di San Nicola ai Trixini.
La chiesa dei Trixini sentì pesantemente il bombardamento del luglio del 1943. Il convento ne uscì provata e la ricostruzione vide la realizzazione di un più anonimo edificio a più piani sostituire l'antica chiesa di origine medioevale, un pugno nell'occhio del centro storico, oggi sede di uffici e di un celebre quotidiano.

Si recuperò dalla chiesa un bel portale di primo barocco, forse del primissimo Seicento. Tale portale fu inglobato nella (ri)costruenda chiesa di San Sebastiano in piazza del Castello, oggi Federico di Svevia, nel 1955.
La chiesa di San Sebastiano (prospetto del 1955).
Portale del San Nicola ai Trixini.Particolare della lapide che ne ricorda la provenienza.
Sul piano dei Trixini si affacciava anche un magnifico edificio del primo Barocco catanese post-sismico: il palazzo Massa di San Demetrio. Questo fu nel 1694 il primo edificio completato dopo il terremoto del Val di Noto e il primo della ricostruzione post-bellica. Durante la ricostruzione fu la cittadinanza a chiedere a gran voce che l'edificio tornasse com'era prima del bombardamento, forse l'unico caso in cui i catanesi si ribellarono allo stravolgimento del centro storico per una cementificazione selvaggia che dagli anni dello strapotere della DC è imposto a Catania, quanto altrove in Sicilia, al punto da ottenere il rispetto per il decoro precedente.
Lapide di rifondazione del Palazzo Massa di San Demetrio. Vi è riportato l'anno 1694.
Il palazzo dei duchi Paternò Castello di Carcaci sorse l'indomani del sisma del 1693 su un tratto delle mura nord-orientali le quali influiscono sulla struttura interna dell'edificio. Costituito da due cortili ben pavimentati a grossi blocchi di basole laviche e ciottoli, il palazzo fu completato da facciate neoclassiche, mentre gli interni conservano un gusto vagamente medioevale, dettato forse più dalla necessità di costruire in fretta l'edificio riciclando quanto già esistente che per gusto: era infatti costume catanese completare anzitutto la facciata, per poi dedicarsi piano alla volta alla rimodulazione degli interni. Uno scalone neoclassico concedeva, dal lato meridionale del braccio che divide i due cortili, l'accesso al piano superiore; la volta dello scalone venne dipinta con un trompe-l'oile rappresentante trofei e le armi dei duchi Paternò Castello di Carcaci.
Ingresso su via Etnea.

Pavimento in acciottolato.
Vincenzo Paternò Castello, primo duca di Carcaci, sullo scalone d'ingresso.
Nel cortiletto interno, il quale aveva ingresso indipendente sulla piazza Manganelli, si affacciavano fino a metà Novecento alcune botteghe, tra cui quella di un fotografo di cui rimane un intricato ingresso. Qui, nell'angolo nord-ovest, era deposto il capitello, la Pietra del Malconsigio, la cui storia ricordava un triste capitolo della vita passata della città. Chi scrive ebbe modo di vederlo ancora lì prima della sua scomparsa.
Rustica del palazzo Carcaci. Nell'angolo basso a destra era dimenticata la Pietra del Malconsiglio.
L'arco riecheggia lo stile gotico-catalano di Sicilia.
Gli inquilini di Palazzo Carcaci si avvicinano curiosi.
Una vecchia bottega di fotografia in legno, in un dedalo di architetture degno di Escher.
Un giorno imprecisato, intorno al 2009, il capitello infatti venne trasferito, senza notizia, senza avviso, chissà dove.

Lo incontrammo per caso a fare da piantone all'ingresso del Castello Ursino, per singolare coincidenza a fronteggiare la porta della chiesa di San Nicola dei Trixini, come dovette già fare nel 1516. Ecco allora la Pietra del Malconsiglio, sottratta al suo luogo d'origine e posta dove potrebbe avere rispetto: in un museo, anzi, nel Museo Civico, il contenitore per eccellenza della memoria storica della città.
Ma.
Ma come tutti gli altri reperti che ancora si trovano in balia degli elementi nel cortile e hanno anche loro mille storie da raccontare (chissà che non riusciremo ad udirne per il lettore alcuna), si trova all'aperto, senza protezione da possibili vandalismi, senza nemmeno una targa o un cartello che, almeno questo, restituisca al manufatto il suo nome e con esso la sua – seppur tragica – storia.

Lanciamo quindi un'altra provocazione, denunciando l'assenza di una corretta segnalazione per un bene patrimoniale di notevole importanza per la storia di Catania, una città che un tempo si faceva ascoltare.

2 commenti:

Archeo ha detto...

Per un aggiornamento: http://www.blogcatania.com/2013/05/Librino-adotta-la-Pietra-del-Malconsiglio.html
Dal 28 maggio 2013 la Pietra ha finalmente un nome, in attesa che il Museo Civico provveda all'apposizione della targa al manufatto o comunque nelle immediate vicinanze.

Archeo ha detto...

Ulteriore aggiornamento.
Durante l'autunno 2014 (settembre? ottobre?) la Pietra è stata ulteriormente spostata (non è più nemmeno davanti al Castello Ursino). Chiedendo ai custodi del Museo Civico si scopre che adesso la pietra senza nome e senza pace si trova al Palazzo degli Elefanti.

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