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giovedì 13 dicembre 2012

Carennuli - il meteo degli antichi

Con questo nuovo contributo vogliamo fare un tuffo nella saggezza popolare, fatta di credenze e di osservazioni dirette del mondo fisico, quel mondo in cui l'Uomo era pienamente immerso e non se ne sentiva disgiunto.
Parliamo di una usanza tipicamente contadina, ma a suo tempo molto usata anche nei villaggi e nelle città, doverosa per un'epoca in cui prevedere come sarebbe stato il cielo per una società che viveva di raccolto. Detta usanza prende il nome di calende, pur tuttavia non è chiara l'origine etimologica, e nello specifico nel catanese viene detta tirari i carennuli.
Cercandone le origini ci perdiamo in riferimenti vedici (i dodici giorni al centro dell'inverno rivelavano l'intero anno) e mesopotamici (il zakmuk era la festa delle sorti, cioè la sorte dei dodici mesi seguenti al capodanno babilonese); gli Ebrei avevano il Sukot (la cui edizione spagnola avrebbe dato Capanne e quindi Cabañuelas, ma va detto che secondo Román Pané quest'ultimo termine verrebbe da Caban, terz'ultimo giorno del mese finale usato per un calcolo molto simile alle calende presso i Maya) i Provenzali le Coumtié (i contati, termine che ritroviamo in Calabria).
Tale usanza dunque avrebbe di certo un'antica origine, forse nasceva di pari passo con le prime civiltà contadine, e sebbene in linea di massima il meccanismo rimanga il medesimo, conosce numerose sfaccettature e varianti in giro per il mondo. In Italia c'è forse la maggiore concentrazione di metodi, di cui cambiano anche le denominazioni.
Castello di Sperlinga (EN), ipotetico calendario astronomico.
Vista la natura rurale della rocca potrebbe essere servito per calcolare le Calende.
Ad una versione più semplice - e forse maggiormente diffusa - che consiste nell'appuntare la situazione meteorologica dei dodici giorni compresi tra Santa Lucia (il 13 di dicembre) e la Vigilia (24 di dicembre) corrispondenti ai dodici mesi dell'anno (per completezza, in Liguria il conteggio si sposta ai primi dodici giorni dell'anno), si aggiunge una versione "doppia" che conta un primo gruppo di dodici giorni corrispondenti ai futuri mesi e il secondo gruppo di giorni seguenti per avere conferma del tempo che farà. La versione doppia varia di località in località, così abbiamo notizia al nord Italia di calende doppie dal primo del mese al 24, mentre nel mascalese (e in generale nel versante ionico etneo) appare diffusa l'usanza delle calende doppie dal 13 dicembre al 6 di gennaio, in cui le calende "discendenti", in caso di disaccordo con quelle "crescenti", hanno la meglio. Similmente accade nell'area garganica, con la variante della pausa del 25 (ossia contando da Santo Stefano all'Epifania).
A Catania la versione più diffusa - indagando persone più anziane che se ne ricordassero - sembrerebbe quella tradizionale, ossia da Santa Lucia alla Vigilia, con qualche eccezione legata alla tradizione mascalese. Tuttavia pare fosse presente anche l'ulteriore verifica il 25 gennaio, giorno della commemorazione della conversione di San Paolo, come più diffuso piuttosto in Romagna dove ancora si terrebbe conto del tempo che fa in detto giorno, dall'alba al tramonto, indagandolo per confermare i dodici dati riscontrati.
Non vi è nulla di scientifico in questi calcoli, né ci sarebbe modo per poterli confutare. Credenze prive di fondamento? Superstizione? Molto probabile.

Tuttavia se fossero tutte sciocchezze non ne avremmo avuto una persistenza fino ai nostri giorni, né un adattamento così elastico alle fasce climatiche di tutto il mondo, basandosi sempre sul medesimo principio (nel periodo intorno al Solstizio di inverno - che prima della riforma gregoriana cadeva giusto per Santa Lucia - esisterebbe il modo di prevedere l'andamento del resto dell'anno). Possiamo dire inoltre che quelle civiltà contadine che inventarono (o scoprirono?) le calende, mancanti di altri metodi per rilevare il tempo futuro e poter così meglio giostrare le loro produzioni, dovettero cercare di adattarsi e adeguarsi ai ritmi della Terra (che in lingua Maya è detta appunto Caban), cercando di capirne il linguaggio e il senso, senza forzarla, né imporre la loro presenza, apprezzando piuttosto il ciclo dell'esistenza che continuava nonostante le modifiche apportate.

Ci affacciamo curiosi dalla finestra.


Il sole è offuscato da una distesa di nubi compatte. Gennaio, forse, sarà prevalentemente coperto.





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Per ulteriori approfondimenti in merito alle Calende si rimanda all'articolo di Sebastiano Rizza, Lemme lemme inventaron le calende e all'articolo di Claudio Paterna Il Calendario solare-agrario mediterraneo consultabili on line.
Nei commenti che seguono, monitoreremo per il lettore i prossimi giorni fino alla Vigilia, per far rivivere la tradizione.

Il sepolcro di Euplio


A Catania non esiste santo meno noto di Euplio.
Il nome Euplio è talmente poco diffuso che persino il correttore automatico del programma con cui scriviamo questo articolo fatica a comprendere, suggerendo Suplizio, Duplico o Metanauplio.
Ora, dateci pure degli ignoranti, ma davvero fatichiamo noi a capire Metanauplio cosa significhi, ma soprattutto dove stia il nesso con Euplio.
Euplio, dicevamo, fu un santo la cui sfortuna non si palesò tanto ai tempi del suo martirio – anzi, pare che egli accettò di buon grado il Supplizio poiché nei Vangeli sta scritto che “Beati sono coloro i quali soffrono persecuzione per la giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli” – quanto piuttosto negli anni recenti, dalla seconda metà del XIX secolo forse, ma certamente a partire dal secondo dopoguerra.
S. Euplio interrogato da Calvisano, Bernardino Nocchi.
Bozzetto per il San Nicola l'Arena, esposto al Museo Civico.
(C) SIMUV - Museo Civico al Castello Ursino
Ci piacerebbe approfondire ogni singola storia legata a questo santo, patrono insieme ad Agata della città di Catania, ma vista la mole di informazioni che ne scaturirebbe, forse davvero eccessiva, ci riserviamo per la stesura di prossimi articoli ciò che non tratteremo in questa sessione.
Con questo contributo vogliamo piuttosto far luce su un piccolo ambiente che dà il nome ad una strada della città. Parliamo della estinta chiesa di Sant'Euplio fuori le mura, un piccolo edificio di culto, sorto nel luogo in cui la tradizione identificava il luogo di prigionia del giovane evangelista.

Dagli atti che la tradizione ci tramanda scopriamo che Euplio fu processato il 29 aprile 304 in secretario, ossia in privato. Dopo il processo la sua persona venne condotta in prigionia. La tradizione vuole che il luogo di costrizione del martire nei tre mesi che seguirono non fosse lontano dal sito in cui vide prigioniera Agata, nella località chiamata Fosse, a nord dell'Anfiteatro, quella che oggi corrisponde più o meno a via Sant'Euplio. Il nome in antico non era casuale: questa strada era evidentemente la via mortuaria, strada in cui si manteneva il ricordo delle 'fosse' (le tombe) greche e romane che solo con gli scavi del XIX e XX secolo videro la luce.
Il Monte dei Pegni di Sant'Agata, su via S. Euplio, già Strada delle Fosse.
Nel realizzarne le fondamenta venne alla luce un piccolo sepolcreto.
Il presunto carcere di Euplio non si discostava dalle altre, trattandosi quasi certamente di un sepolcro, tuttavia l'adattamento a chiesa ipogea e la costante frequentazione in antico ci proibisce di trovare tracce delle fasi più antiche e di confermare tale suggestione. Qui sorse un tempio paleocristiano méta di pellegrinaggi, ampliato nel XIII secolo da una seconda chiesa, testimoniata indirettamente da un documento del Conte di Leontini. Questa nel 1548 venne ricostruita in gusto rinascimentale, dedicata a Sant'Antonio Abate (il legame tra Antonio ed Euplio, approfondiremo in seguito, non si limita a questo caso) e cinquanta anni più tardi ceduta ai frati Cappuccini, per poi passare nel 1606 ai Francescani.
Accesso alla cripta del Santo Euplio.
Il sito fu meta di importanti pellegrinaggi anche da altre parti d'Italia.
Il tempio non ebbe molta fortuna: sebbene non pare che abbia subito danni gravi dal sisma del 1693, giorno 8 luglio 1943 venne colpito in pieno da una bomba degli Alleati. Si dice che gli alleati colpissero volontariamente le chiese, per impedire che la cittadinanza – militare, ma anche civile – si potesse lì riunire in attesa del cessato allarme. Quale che fosse la situazione, la povera chiesa non ebbe a superarne l'attacco e di essa rimasero solo le macerie. Dal 29 gennaio del 1978 i resti della chiesa, ornati da dodici formelle rappresentanti gli Apostoli originariamente destinate al Cimitero Monumentale cittadino, divennero sacrario dei martiri cristiani e delle vittime civili di tutte le guerre.
Lato settentrionale dei ruderi. A sinistra la lapide che ricorda l'uso a sacrario del tempio, al centro un moderno bassorilievo raffigurante Euplio e un Angelo, in basso l'accesso alla cripta.
Ci racconta il Rasà Napoli (Guida alle chiese di Catania) che l'interno movimentato da semicolonne corinzie era riccamente decorato da affreschi rappresentanti i Santi Euplio e Antonio sull'altare maggiore e sulle due cappelle laterali. La facciata sulla strada delle Fosse era in pietra calcarea e decorata solo dagli elementi simbolici di Euplio: una mitra, un vangelo aperto e un campanello.
Planimetria della chiesa di Sant'Euplio di S. Ittar (Pianta Topografica della Città di Catania, 1833, particolare).
Si affaccia sulla Strada de' Fossi, a sud l'ospedale di San Marco (Palazzo del Tezzano) e la planimetria (ipotetica) dell'Anfiteatro, a ovest gli orti dei Cappuccini. Il tratto in puntinato sono le mura civiche, forse quelle del 1672.
La piccola cripta romana, costituita da un unico ambiente bipartito, stretto e senza luci il cui unico accesso è costituito da una scaletta, venne decorato da affreschi: un tempo secondo il D'Arcangelo vi si vedeva l'immagine di Euplio e dell'allora vescovo Serapione. Conserva, questa cripta, l'originale altare paleocristiano costituito da un capitello romano su cui poggia la mensola del messale.
Sulle pareti si affacciano piccole nicchie, forse un tempo ospitanti vasi canopi, come l'analogo colombario romano sito sotto la chiesa di Santa Maria della Mecca (odierna cappella dell'Ospedale G. Garibaldi). Nel 1663 si ampliò l'accesso alla cripta dalla chiesa superiore eliminandone la botola che ne ostruiva il passaggio; in questi lavori si rinvenne l'antica scala d'accesso di età romana, risparmiata e mantenuta. Fu il bombardamento del '43 a danneggiarla, in seguito.
Resti della chiesa superiore di Sant'Euplio.
L'aspetto neoclassico le fu dato dopo il sisma del 1848.
Il piccolo ambiente e i ruderi della chiesa superiore (costituiti dalle pareti settentrionale e orientale) annualmente venivano aperti in occasione dei festeggiamenti in onore al Santo, il 12 di agosto, per celebrarvi la Messa e permettere il mantenimento della tradizionale ed antica processione in memoria del Santo, interrotta solo nel 1169 e nel 1693 a seguito dei rispettivi disastrosi terremoti.
Presbiterio della chiesa. La parete è stata decorata dai 12 Apostoli.
In basso sono in ferro battuto la tavola del messale e le sedie per la Messa.
Tuttavia la memoria è breve e gli anni odierni sono difficili per la religiosità comunitaria. Così il Santo, che è patrono della città, finisce dimenticato dalla sua stessa comunità, quella che egli contribuì ad evangelizzare secoli addietro, in nome di una dilagante dimenticanza della memoria civica e religiosa.
Così, nell'indifferenza generale, viene a mancare l'unico custode che aveva le chiavi del monumento, un impiegato comunale devoto ad Euplio, e da qualche tempo le messe in onore al Santo non si celebrano più, non si procede più per la storica processione devozionale, non si visita la cripta, forse prigione e già sepolcro. Un sepolcro che diventa quasi simbolicamente la proverbiale pietra da mettere sopra, un modo per lasciarsi alle spalle un passato di cui spesso non siamo nemmeno consapevoli.

La struttura sotterranea, un ambiente ipogeo di epoca romana, è da considerarsi a tutti gli effetti un bene archeologico cittadino e come tale sarebbe destinato a rientrare nell'elenco dei beni tutelati costituenti il Parco Archeologico di Catania.
Si potrebbe persino ipotizzare di mantenerlo aperto e visitabile grazie ai custodi del vicino sito archeologico costituente la voragine in piazza Stesicoro: l'unico costo sarebbe la realizzazione di un cartello in cui far presente che per l'apertura ci si debba rivolgere al personale dell'Anfiteatro, tuttalpiù un secondo cartello più modesto alla guardiola del medesimo in cui si rende presente la possibilità di apertura della cripta di Sant'Euplio.

Ci domandiamo pertanto se non possa questo piccolo accorgimento permettere un omaggio dovuto ad un Santo estremamente paziente, un po' sfortunato, ma di elevata e profonda devozione per Dio e per la sua stessa città da cui, forse, dovremmo imparare un po' tutti.

mercoledì 5 dicembre 2012

Volontari arredano a verde la via Caronda

Dopo la felice esperienza delle aiuole di viale Fleming, rinate dopo la pulizia e la cura dei volontari della sezione etnea del forum di architettura e urbanistica di Skyscrapercity.com e fan della pagina Catania di Facebook, la storia si è ripetuta.

Stavolta è toccato a via Caronda, nella sua parte più alta: l'isola di traffico all'innesto sul viale Andrea Doria e la rotatoria all'incrocio con via Rosso di San Secondo, prima assolutamente vuote e ricettacolo di sporcizia, sono adesso delle ricche e decorate aiuole, dotate di yucche, cycas, melograni e altre piante ancora, tutte armoniosamente collocate per curare anche l'aspetto estetico.
Merito dei ragazzi volontari, dunque, che hanno speso l'intera mattinata dello scorso sabato 1 dicembre per fare un regalo alla propria città. Stavolta hanno anche trovato appoggio da parte delle istituzioni, attraverso l'Assessorato all'Ecologia del Comune di Catania, che ha aiutato con i propri mezzi i ragazzi nel trasporto delle piante da loro procurate e fornito parere tecnico sulle piantumazioni, affinché l'intervento potesse ben riuscire e durare nel tempo. Aspetto, quest'ultimo, che dipenderà anche e soprattutto dalla manutenzione che proprio l'amministrazione comunale si è impegnata a garantire, come d'altra parte dovrebbe essere del tutto scontato, trattandosi di aree pubbliche.

La rotatoria appena ricolmata di terra, prima della piantumazione delle piante

La rotatoria dopo la posa delle piante


L'isola di traffico, all'innesto sulla circonvallazione, nella sua nuova veste


Oltre ai due siti citati, l'opera di riqualificazione ha interessato anche la vicinissima area verde, dotata di bambinopoli, che si trovava pure nel degrado: palme morte (rimosse dai ragazzi) ed erba alta hanno lasciato spazio a cycas, palme washingtonia, oleandri, yucche e, in particolare, a un piccolo carrubo proveniente dal quartiere di San Cristoforo. Quest'alberello ha una storia particolare: era stato piantato da Mario La Rosa, un privato cittadino catanese, nella piazza San Cristoforo, sita nell'omonimo quartiere, già dimenticata dall'amministrazione comunale e abbandonata a se stessa. A novembre il piccolo miracolo, di cui si è occupato già questo blog (vedi), con la piazza del tutto riqualificata grazie all'intervento di una trasmissione televisiva, che però aveva comportato la rimozione del carrubo. Donato alla città era stato e in dono alla città, dunque, rimarrà, anche se a qualche chilometro di distanza.


L'area della bambinopoli, a lato dell'antico acquedotto, prima dell'intervento

Volontari al lavoro

L'area della bambinopoli dopo l'intervento. In primo piano, il carrubo proveniente da San Cristoforo

L'opera di piccole ma significative riqualificazioni di aree degradate nel segno del verde, dunque, prosegue. I volontari, in numero crescente, hanno già la prossima data per una nuova azione di giardinaggio urbano: 22 dicembre. Chi volesse partecipare o contribuire, con piante e/o manodopera, contatti gli organizzatori attraverso questo stesso blog.

Terme di Sant'Antonio: tra degrado e possibilità


Non troppo tempo fa, nel trattare del recente interesse da parte di un noto programma televisivo (L'occasione di piazza San Cristoforo), indagavamo la storia dell'antico quartiere di San Cristoforo, accennando alle antichità distrutte dalle lave dell'eruzione del 1669. Con questo nuovo contributo cercheremo di approfondire uno di quei siti colpevolmente poco noti e ancora esistente di quella che fu antica zona patrizia di Catania, quindi giudecca medioevale, infine quartiere operaio.
Piazza Sant'Antonio, oggetto della nostra breve analisi.
Nella foto, particolare dei resti della chiesa di Sant'Antonio, oggi  scuola di danza.
Siamo nella zona dell'antico Consolato della Seta, non lungi dalla chiesa di Santa Maria dell'Aiuto, per l'esattezza in un cortiletto privato che si affaccia sulla piazza Sant'Antonio e si addossa alla casa in cui nacque, nel 1796, il celebre compositore Giovanni Pacini. La piazza prende il nome da un estinto tempietto barocco, a lungo degradato da una orribile saracinesca e da qualche tempo convertito a “tempio della danza”.
Giovanni Pacini, quasi indispettito dalla presenza dei popolani abiti
stesi da un balcone all'altro della sua antica dimora.
La casa in cui nacque Giovanni Pacini.
A lato, oltre la salitina, la cancellata delle Terme.
La strada che vi giunge da est ci ricorda che il sito era noto anche come Case Sapuppo, un piccolo agglomerato di case “terranee e solarate” di proprietà della prestigiosa famiglia che gliene dava il nome, presente a Catania dalla fine del Cinquecento (Antonio, di Giuseppe ed Emanuela Asmundo, otterrà dal primo luglio 1920 il titolo di Conte dal re d'Italia Vittorio Emanuele III).
Qui sorgeva un piccolo impianto termale, probabilmente un bagno privato appartenente a un ricco edificio che sfruttava quasi certamente le acque del vicino fiume Amenano.
Questo impianto era in forme quadrangolari e se ne riconobbe il frigidarium, il laconicum e – forse – un ampio calidarium.
Pianta delle Terme
(da MG Branciforti, 'Da Katane a Catina', in  Tra lava e mare - atti del Convegno, 2010, p. 236)
Del sistema termale di particolare rilievo appare essere il vano quadrato del frigidario, misurante 19,25 palmi per lato, pari a poco meno di 5 metri. Ad esso si giungeva mediante tre rampe di scale in buono stato, situate nei tre lati sud, est e ovest. A sud si accedeva ad un'ampia camera in parte coperta dalla dispensa della casa Sapuppo, a ovest si accedeva al laconico interpretato quale corridoio di accesso ad un ipotetico secondo piano della struttura, mentre ad est il vano quadrato era messo in comunicazione con l'ampio salone a pilastri identificato come calidario. I pilastri separavano alcuni ambienti di cui se ne può solo intuire la planimetria.
Dalla sezione che ne fa Sebastiano Ittar agli inizi del XIX secolo, intuiamo che dell'edificio non rimase in piedi che un piccolo alzato di non oltre il metro di altezza, salvo rare eccezioni.
Veduta delle Terme, al di sotto della struttura vitrea.
La struttura, circondata e soffocata dagli edifici moderni, si trovava in pessime condizioni di degrado quando alla fine degli anni '90 si procedette alla riqualificazione della piazza di Sant'Antonio. In tale occasione si procedette alla sistemazione di una discutibile – e per nulla apprezzata dai residenti – struttura in ferro e vetro a “protezione” degli scavi. Tale struttura avrebbe permesso la visibilità delle terme da un percorso ad anello con pavimenti trasparenti, non fosse altro che non essendoci protezione le lastre hanno da tempo perso lucentezza. Come se non bastasse, inoltre, le condizioni non consentono la visita ai disabili, nonostante la lunga scivola che giunge all'ingresso il quale è – manco a dirlo – eternamente chiuso.
La chiusura dello spazio, lo spessore dei vetri, l'estrema esposizione al sole e la generazione di condensa ha favorito la crescita di vegetazione spontanea che ha del tutto coperto le strutture di epoca romana. A questo si aggiunga il proliferare di insetti nocivi (numerosissime le zanzare, che trovano negli scavi il loro habitat). La pulizia dell'ambiente risulta estremamente difficile oltre che necessariamente continua (e in tempi di crisi praticamente vi si rinuncia), inoltre la presenza di una piccola comunità felina impedisce ai giardinieri della Sovrintendenza (che gestirebbe il bene mediante il Parco Archeologico Greco-Romano di Catania e dei Comuni limitrofi) ha impedito la pulizia con mezzi meccanici e chimici, costringendo al nulla di fatto.
O alla pulizia amanuense.

Sorge quindi una provocazione spontanea, dal basso come sempre. E se fossero i nostri baldi cittadini ad adottare l'ambiente termale e prendersene cura? Potrebbero garantire l'accesso ad eventuali visitatori e turisti, improvvisandosi ciceroni del bene.
Noi lanciamo la nostra provocazione e immaginiamo di infiltrarci all'interno della struttura “blindata” per un'altra azione da giardinieri sovversivi, come in altre occasioni (Da spazio degradato ad area verde: il segnale di civiltà di alcuni giovani catanesi, Volontari arredano a verde la via Caronda), in modo da raccontare al resto della cittadinanza dell'esistenza di un bene che potrebbe portare una vitalità turistica nella piazza la quale, insieme alla vicina chiesa di Santa Maria dell'Aiuto, costituirebbe un valido punto di ritrovo e di “alternativa” al tour di via Etnea, recuperando quel tempo in cui persone da tutto il mondo giungevano in queste zone, a quel tempo Consoli e Ambasciatori della prolifica industria della Seta.
La nostra provocazione per il controllo degli insetti.
Al lavoro di pulizia si può aggiungere l'inserimento di bat-box, donate da associazioni volontarie, per incrementare il numero dei piccoli mammiferi spazzini, capaci di mangiare oltre 2000 insetti per notte ad individuo. Tali soluzioni renderebbero il sito un importante punto non solo per il turismo, ma anche per il monitoraggio dei chirotteri, animali sempre più rari nelle realtà urbane.

domenica 2 dicembre 2012

Dissuasori per aree pedonali, necessari ulteriori accorgimenti

Nei giorni scorsi il Comune di Catania ha provveduto a installare numerosi nuovi dissuasori, in diverse zone della città, atti a impedire la sosta selvaggia o l'accesso illecito a zone pedonali. Tra queste ultime anche la piazza Mario Cutelli che, come denunciava questo stesso blog in un post del 5 ottobre 2012, risulta essere tra le aree più a rischio di accesso veicolare non autorizzato.
Purtroppo, però, in seguito al nostro sopralluogo post-intervento, è emerso che sarà assolutamente necessario impiegare ulteriori accorgimenti: i dissuasori posati nei giorni scorsi, infatti, non essendo ancorati al pavimento, sono già stati spostati da qualche cittadino incivile, rendendone del tutto vana la presenza.


piazza Cutelli, fronte via Vittorio Emanuele II: dissuasori spostati per permettere il passaggio ai veicoli

piazza Cutelli, lato ovest: macchine nell'area pedonale.
Non tragga in inganno il falso passo carrabile, privo di concessione comunale

piazza Cutelli, dissuasori messi di lato: l'accesso da via Porta di Ferro è, di fatto, un varco libero

piazza Cutelli, il varco inopinatamente libero provenendo da via Porta di Ferro 
Dettaglio della sommità di un dissuasore. Gancio per catena mancante?

tratto terminale di via Porta di Ferro: i dissuasori dovrebbero essere posti più a sud, all'incrocio con via Aparo

via Landolina, angolo piazza Bellini: dissuasori spostati e, quindi, inutili

via Landolina, angolo piazza Bellini: il varco libero

via Alessi, il tratto che conduce all'area pedonale non è protetto da dissuasori

Necessari, quindi, nuovi interventi mirati da parte del Comune. Consigliamo, contestualmente, che i dissuasori da ancorare al pavimento siano posti non soltanto a delimitare il perimetro della piazza o dell’area pedonale più ristretta, ma all’accesso reale della zona protetta, ovvero in corrispondenza dell’incrocio più vicino (se in assenza di passi carrabili, ovviamente).
Ad esempio, per quanto riguarda la zona del Teatro Massimo: in via Landolina all’incrocio con via Valle (e non all’incrocio con piazza Vincenzo Bellini) o in via Maria Callas all’incrocio con via Pulvirenti. Per quanto riguarda piazza Cutelli, invece, questi andrebbero collocati in via Porta di Ferro all’incrocio con via Aparo. In questo modo, inoltre, si eviterebbe di creare dei vicoli ciechi (dal punto di vista viabilistico) che a Catania si trasformano puntualmente in mini aree di parcheggio selvaggio col doppio effetto di costituire una barriera architettonica e visiva, così come avviene in via Alessi all’incrocio con via San Giuseppe al Duomo, specialmente nelle ore notturne.
In quest’ultimo caso, i dissuasori andrebbero posti allineati immediatamente dopo l’unico passo carrabile presente. Attualmente non è peregrina l’ipotesi che lo spazio in piano precedente la Scalinata Alessi sia destinata abusivamente a parcheggio dei clienti dell’hotel che si affaccia sulla strada: sarebbe quanto mai opportuno, invece, che la struttura ricettiva chiedesse al comune degli stalli regolarmente concessi che potrebbero essere ubicati o nel tratto aperto al traffico della stessa via Alessi, o nella vicinissima via San Giuseppe al Duomo.

domenica 18 novembre 2012

L'occasione di piazza San Cristoforo


“Ci vosi 'a tilevisioni pri fari moviri 'u Cumuni!”.
In una semplice frase si può riassumere il concetto di distanza tra il cittadino e l'istituzione. Una frase che sintetizza una distanza tra due attori della città che quasi mai hanno trovato un punto di contatto. Ma andiamo con ordine.
Siamo a San Cristoforo, uno dei quartieri borderline del centro storico, uno di quelli in cui si sente pesante la marginalità, l'illegalità, la malavita... a pochissimi metri dai lustrini della via Etnea, dal Porto e dalle navi da crociera, da via Crociferi e dal turismo culturale.

Scarpe appese in piazza San Cristoforo, segnale nel gergo malavitoso che indica la presenza di spacciatori in zona.

Siamo nella seconda settimana di novembre, nel 2012, e un programma televisivo – per una serie di circostanze favorevoli – decide di usare la piazza principale del quartiere quale set per le riprese.
Il programma usualmente si occupa di atti di riqualificazione del verde condominiale in spazi perlopiù recenti, ma quasi sempre periferici nei dintorni di Roma. Coraggiosamente, diremmo, in questa occasione il team ha rotto tutti gli schemi: esce da Roma, esce dal condominio, cerca un sito nel centro storico. Notiamo da subito un clima strano che coinvolge la troupe: solitamente sono i condomini a chiamare la tv in questo programma, mentre i condomini sono i principali attori dello show, dandosi da fare potando, piantando, abbeverando le piante omaggiate. Qui la situazione è un po' più complicata e si fatica a trovare volontari che facciano le comparse televisive tra i residenti della zona, con grande sfiducia del comitato di produzione. Qualche miglioramento si è avuto il terzo giorno, complice uno sciopero dei docenti delle scuole primarie, quando si è visto comparire un buon numero di bambini a riempire la scena (con le dovute autorizzazioni).

La troupe il primo giorno di riprese.

Ma la risposta più impensabile si è vista da parte delle istituzioni (talora anche attribuendo meriti inesistenti, vedi la nota sul blog di CT-Zen impattozero). Improvvisamente automobili e spazzatura sono scomparsi dalla piazza, mentre i cassonetti trovavano una allocazione meno invadente per la piazza e paletti dissuasori impedivano alle automobili l'invasione della piazza. Una panchina divelta da anonimi vandali ha ritrovato la sua funzione e...
E adesso verrà il bello. Riuscirà la piazza a mantenere i presupposti, almeno fino alla messa in onda dello show a primavera 2013?
La pulizia straordinaria, sappiamo, non manca a Catania. Ciò che manca a conti fatti è quella ordinaria. Il programma affida sempre, concluse le riprese, ai condomini l'onere della cura del proprio bene, ma qui si parla di una piazza e, in questo caso, come si convincerà il cittadino disilluso e distante a proteggere e curare un bene che è suo?
Il cittadino, viene anche da chiedersi, ha la consapevolezza che il quartiere è suo? Conosce ciò che ha, il sito dove vive?
San Cristoforo, uno dei quartieri più trascurati di Catania, ha una lontana origine che varrebbe la pena conoscere, quantomeno per rendersi conto del valore storico che esso detiene. Chissà che, conoscendone la storia, non riesca il suo abitante ad apprezzarlo di più.

San Cristoforo, pregevole tela nella collezione del  Museo Civico.

Situato a sud di via Garibaldi, il quartiere deve il nome al santo che secondo la tradizione traghettò Gesù Bambino, sentendo sulle sue spalle il peso di tutto il mondo.
Ma prima del Cristianesimo l'area in cui ora sorge il quartiere sentiva se non il peso del mondo certamente quello dei primi coloni greci che dove oggi sorge il Castello Ursino iniziarono a edificare la polis di Katane. In epoca romana la zona, estremamente fertile (secondo Strabone al punto che le vacche che qui pascevano, per non esplodere venivano periodicamente dissanguate, tanto erano gonfie; tralasciando l'assurdità della notizia si evince comunque una notevole fertilità e, forse, una certa antichità dei prodotti culinari a base di sangue nella gastronomia catanese, di cui il sangeli è l'ultimo vero rappresentante), ricca di sorgenti e bagnata dal capriccioso fiume Amenano, diventò una delle più prestigiose con la realizzazione di grandi edifici di carattere pubblico. La tradizione storiografica ci tramanda – a partire dalle descrizioni cinquecentesche del Bolano – la presenza di una Naumachia e di un Circo, detto in seguito “Massimo”, che proprio presso la piazza San Cristoforo pare si unissero, a cui la tradizione cartografica aggiunge la localizzazione poco oltre del presunto Ginnasio fatto edificare dal console Marcello. Non ci dilungheremo oltre sulla natura di detti edifici (non tanto sulla loro reale esistenza, quanto sulla loro corretta interpretazione in antico), ma basti sapere che dove esistevano edifici monumentali con carattere pubblico, sovente sorgevano i ricchi quartieri dei patrizi.
La caduta dell'Impero d'Occidente, l'invasione dei Vandali e dei Goti, lo spopolamento delle città in epoca tardo-antica e la decadenza dei giochi pubblici causarono un progressivo abbandono dell'area. Non disponiamo di dati sufficienti per capirne modalità e tempi, ma appare chiaro da una immagine di Tiburzio Spannocchi che la città dovette rifugiarsi nelle sue zone più alte cingendosi di robuste mura, abbandonando i quartieri che si aprivano in pianura.

Veduta di Catania (Spannocchi 1578).
Particolare delle campagne a sud, dette Muro Rotto. In primo piano il Circo.

Una certa vitalità torna ad esistere nel corso del XIII secolo, quando i Mori ebrei dal piano della Cipriana a nord-ovest amplieranno la loro Giudecca, giungendo quasi alla Platea Magna. Questo sviluppo si potrebbe mettere in relazione con la realizzazione del Castello Ursino a partire dal 1239 per volere dell'imperatore Federico II che chiamò per la realizzazione del maniero maestranze greche ed ebree, il quale appariva fino alla metà del XV secolo circondato da basse casupole e piccoli conventi.
Qui il fiume Amenano ancora scorreva a vista, forse deviato da un sistema idrico affinché la città non avesse da mancare in risorse idriche. Il tratto che qui scorreva prese il nome di Judicello, ossia il fiume dei Giudei che lo usavano per il bagno rituale delle donne e probabilmente anche per alimentare le diverse attività – tra cui le concerie – che bisognavano di acqua corrente.
Ma l'area dove sorge il quartiere di San Cristoforo era praticamente inabitata: vi insistevano le rovine degli edifici romani, che gli davano il nome di Muro Rotto, qualche corposa masseria e il monastero certosino che sfruttava i ruderi del presunto Circo come area coltivata a giardino (forse un agrumeto).

L'area del Muro Rotto in una stampa del primo ventennio del Seicento (Biblioteche Vaticane).

Per assurdo fu un evento distruttivo a permettere la nascita del quartiere.
Siamo nel 1669, la celebre eruzione etnea che originò i Monti Rossi produsse una lingua di lava che giunse, ingoiando diversi casali nel suo itinerario, alle mura di Catania le quali resistendo il primo giorno, cedettero alla pressione e al calore dei colaticci conseguenti. La lava coprì tutta l'area, entrò dalle porte occidentali e dalla Porta del Sale giunse a colmare il fossato del Castello Ursino, precipitando quindi al di là delle mura urbiche che lo circondavano e raggiungendo il mare, creando una nuova costa: le sciare Biscari.
Sulle lave ancora calde si eresse un muraglione, il Fortino Vecchio che darà modo al sorgere di un altro quartiere poco curato della città, il quale farà da ingresso e protezione alla città sul versante colpito dalle lave, ma costituirà anche il limite occidentale del nostro quartiere in esame.
Nel gennaio del 1693 due forti terremoti colpiscono Catania, riducendone la popolazione ad un terzo. La scelta del senato civico fu quella di ricostruire in situ la città. Gli operai chiamati da ogni parte della Sicilia ebbero in concessione le sciare secentesche dove poter realizzare le proprie residenze.
Nascono così i quartieri del Tindaro, Fortino, San Cristoforo, Consolazione, Angeli Custodi, caratterizzati da casupole basse e modeste e impiantate su una maglia viaria che nel XIX secolo si fa regolare, per prevenire i casi di colera già scoppiati nei quartieri di Idria, Civita e Transito. Quest'ultimo oggi è un tutt'uno con il quartiere in esame, un tempo sede degli uffici delle imposte civiche (la Porta della Decima e la via Gisira ricordano due tipi di dazio), venne sanato negli anni 1870, con l'ampliamento della piazza di San Giuseppe (oggi piazza Maravigna), demolendo la medioevale Porta della Decima, estremità orientale del quartiere San Cristoforo.
San Cristoforo nasce intorno alla chiesa omonima, eretta l'indomani dell'eruzione secentesca e ricostruita dopo il sisma seguente. Il tempio attuale tuttavia conobbe anche il sisma del 1818 e venne pertanto rifatta in forme neoclassiche.
L'area divenne il punto di passaggio per le principali attività catanesi del Settecento: oltre la manodopera edile, anche le mercanzie dirette ai mercati del centro (piano San Filippo odierna piazza Mazzini o la fiera del Lunedì in piazza Università) nonché nobili e teste coronate procedevano dalla Porta di Ligne alla città passando per questo quartiere. Forse questo è il motivo che spinge il senato a stabilirvi nella seconda metà del secolo il Consolato della Seta.
Catania fu a cavallo tra i secoli XVIII e XIX l'unica città d'Occidente a produrre questo prezioso materiale (testimoni indiretti sono i numerosi gelsi bianchi che ancora resistono all'espansione urbana, i cui primi esemplari vennero piantati appositamente per la coltivazione dei bachi da seta) e, nel contempo, a lavorarlo producendo deliziosi ombrellini parasole destinati al mercato europeo. Insieme al Consolato quindi sorsero le nobili residenze degli Ambasciatori della Seta, alcuni dei quali, come i Sammartino, ebbero anche titoli nobiliari di prestigio (dei Sammartino, principi del Pardo, abbiamo già parlato in precedenza). Anche il principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello, ebbe interessi da queste parti, realizzando la celebre Villa Scabrosa, un ambiente in cui ponti naturali e artificiali creavano meraviglia e stupore nel visitatore. Via Consolato della Seta e via del Principe, orientativamente, costituiscono ancora adesso i confini nord e sud del quartiere. Viene istituito anche il grande mattatoio pubblico in forme riecheggianti il Neoclassico.

Facciata dell'ex carcere borbonico (Carceri Vecchiu) su via Giuseppe Garibaldi.
Oggi è sede di esposizioni temporanee.

Nel 1734 la Sicilia è regno dei Borbone. Sotto Ferdinando viene istituito il quartiere militare che insiste – ancora oggi con la sua imponente mole – su San Cristoforo. Questa sarà anche la sede del carcere, a seguito della realizzazione delle strutture di piazza Lupo detto “vecchio”. All'indomani dell'Unità d'Italia la sede dismessa verrà convertita in edificio per la Manifattura Tabacchi, portando lavoro per molti abitanti del quartiere che a seguito delle vicende politiche della metà del secolo si trovarono senza attività. Alle spalle della Manifattura si delineò la piazza San Cristoforo, cuore nevralgico dei residenti della zona, attraversata dalla vecchia via del Gallazzo, oggi del Plebiscito, sorta sulle lave del 1669.
Quando chiuse la Manifattura gli operai che vi lavoravano rimasero disoccupati e un senso di malcontento rimase indelebile nei cittadini. Era il primo profondo segnale di distacco tra l'amministrazione centrale e i residenti.
Il quartiere conosce un lungo periodo di abbandono e degrado nel corso del XX secolo, al punto che diventa terreno di facile attecchimento di piccoli nuclei malavitosi. Il tasso delinquenziale è particolarmente elevato negli anni '70 e la situazione non migliora con l'arrivo dei primi immigrati nei decenni successivi: vecchie e fatiscenti casupole del quartiere diventano bugigattoli dove trovano rifugio tantissimi immigrati, quando non sono scelti quali depositi di armi e droga.
I residenti denunciano le condizioni di scarsa sicurezza del proprio quartiere periodicamente, continuando ancora oggi facendo delle associazioni locali i propri portavoce (come ad esempio il G.A.P.A.).
Da alcuni anni tuttavia sta emergendo un forte senso di attaccamento al quartiere, una voglia di riscatto e di nuova vita che trova proprio in piazza San Cristoforo il suo principale fulcro. È del 2011 la notizia di un atto di guerriglia gardening ad opera de i giardinieri do' Liotru (vedi il blog), che operano una sistemazione improvvisa e divertita della piazza. La sistemazione dura poco, la piazza è di nuovo invasa da spazzatura e da automobili, tuttavia il messaggio è lanciato.

Piazza San Cristoforo (17-11-2012). Un verde che ci piace.
E ci piacerebbe durasse.


Siamo quindi al 2012, nella seconda settimana di novembre, quando una troupe invitata da amici di amici inizia a fare le cose in grande (tra gli altri vedi Piazza San Cristoforo, restyling grazie a La7 - «Ma dumani cu ci va abbivirari sti pianti?» a firma Salvo Catalano).
Rapido il tam-tam, ma il pensiero rimane quello: serve davvero una trasmissione televisiva per vedere l'interessarsi da parte delle istituzioni nei confronti dei quartieri disagiati?
La nostra domanda incontra un dolcissimo volto, una bambina che non avrà più di due anni, che sorride tenendo in mano una paletta e nel suo farfugliare sembra voglia dire che vuole iniziare subito a sistemare le piantine.
E noi con lei, non vediamo l'ora di sistemare la piazza e vederla diventare il cuore “sano” di San Cristoforo.

sabato 17 novembre 2012

Corso dei Martiri della Libertà, è arrivata l'ultima firma: presto le ruspe in azione

Sul sito internet del Comune di Catania è finalmente apparso un comunicato stampa che si attendeva da mesi, ovvero l'annuncio dell'avvenuta firma dell'ultimo atto burocratico necessario per chiudere la convenzione tra i privati proprietari delle aree di Corso Martiri della Libertà e il Comune. L'effetto è che presto, forse già entro quest'inverno, potranno finalmente cominciare i lavori di recupero della vasta area, su progetto dell'architetto Mario Cucinella.

Questo il Comunicato Stampa integrale:

Ieri sera in uno studio notarile è stato firmato anche l'ultimo fondamentale atto che impegna il Comune di Catania e le parti private a recuperare la vasta area di oltre 50 mila mq di Corso dei Martiri della Libertà e zone limitrofe, quasi sessanta anni dopo l'avvio delle opere di demolizione e completamento di Corso Sicilia, che hanno lasciato una grave ferita di degrado nel cuore della Città. 

Una convenzione tra il Comune e i proprietari Ce. Co. S, Istica e Risanamento San Berillo che impegna le parti, sulla scorta dell'Accordo Quadro transattivo siglato esattamente un anno addietro davanti ai giudici del Tar Catania, a conformarsi nella fase realizzativa alle previsioni progettuali dell'architetto Mario Cucinella, approvate dai tecnici dell'Amministrazione e dalla Giunta comunale guidata dal sindaco Raffaele Stancanelli.
“Un momento di straordinaria importanza per Catania -ha commentato il sindaco Stancanelli- che con un atto concreto segna il cambiamento della nostra Città perché oggi si avvia finalmente dopo decenni di ritardi, illegalità e spreco enorme di tempo e risorse pubbliche, un'azione di rigenerazione urbana in un'area di fondamentale snodo perché quella zona segna il crocevia tra il mare, il centro storico e il perimetro urbano.  Un piano -ha aggiunto il primo cittadino- che è da considerare il frutto nuovo che abbiamo voluto fin dall'inizio del mandato quando rivedemmo l'intesa stipulata nel giugno 2008, affinché fosse prevista una cubatura edificatoria inferiore e l'aumento delle zone destinate a urbanizzazione primaria come verde pubblico attrezzato e parcheggi, ma soprattutto il salvataggio del plesso scolastico Vespucci e il mantenimento del sedime stradale lungo quasi un chilometro di corso dei Martiri. Questa convenzione -ha conlcuso Stancanelli- che contiene modalità e tempi di esecuzione molto rigorosi su cui vigileremo constantemente, apre una fase nuova per Catania perché con la firma di ieri il progetto di risanamentio di fatto è al via, s'irradierà positivamente per tutta la Città e per quanto ci riguarda ci fa raggiungere uno degli obiettivi prioritari che ci eravamo dati nel nostro programma elettorale”. A margine dell'importante intesa siglata che definisce compiutamente il rapporto esecutivo tra le parti, il sindaco Stancanelli ha voluto ricordare “il grande impegno dello scomparso professore Luigi Arcidiacono che come assessore all'urbanistica si è prodigato con impareggiabile competenza, ma anche i tecnici e i legali, comunali e privati, alcuni dei quali hanno inseguito con tenacia per oltre trentanni questo traguardo”.
Secondo le previsioni della convenzione le opere dovranno essere realizzate, con fondi tutti privati stimati in circa 200 milioni di euro, nell'arco di cinque anni, impiegando a regime un migliaio di addetti. 
Tra le opere oggetto di cessione a standard pubblico (urbanizzazioni primarie e secondarie), si prevede un parcheggio pubblico interrato su 3 piani localizzato a sud di piazza della Repubblica con accessi carrabili su via Luigi Sturzo. Tale parcheggio avrà un ruolo cruciale nella nuova vita del quartiere San Berillo centralizzando i parcheggi pubblici e fungendo da fulcro nella logistica del nuovo centro di Catania.
Il verde pubblico è stato prevalentemente localizzato in tre aree all’interno della superficie oggetto dell’accordo. 
La prima, corrispondente al sedime del parcheggio interrato, sarà completata e ceduta al comune con l’intento di creare l’inizio di un grande parco che si collegherà al nuovo sistema urbano. In secondo luogo si è data importanza all’attraversamento di via Fischetti e alla prosecuzione del tessuto a Nord, cedendo tale area al comune in modo da mantenere un collegamento pubblico tra la via Archimede e Corso dei Martiri in corrispondenza con la Chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte. Verso Est invece, è stata prevista un’area verde  localizzata in prossimità della scuola  Vespucci al fine di creare il giusto filtro tra la stessa e il suo contorno. Per quanto riguarda le urbanizzazioni secondarie, come già prescritto nell’”Accordo Transattivo”, è stata confermata l’area tra piazza Grenoble, piazza della Repubblica e via Maddem come area per il Mercato Pubblico. Il masterplan  prevede anche due destinazioni d’uso: Attrezzature e Servizi (Commerciale, Hotel, Teatro, Multisala e Museo) previsti in una realizzazione unitaria ed integrata sul piano attuativo e funzionale col resto, nonché Residenziale con unità immobiliari di medie e piccole dimensioni.
Fonte: Comune di Catania

Così si presenta, oggi, l'importante arteria cittadina che congiunge la Stazione Centrale delle Ferrovia dello Stato al centro storico del capoluogo etneo: Stato attuale

Immagini del plastico del progetto di Cucinella (foto di Andrea Tartaglia):












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