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martedì 9 ottobre 2012

"L'angolo" di Piazza Duomo: Palazzo Sammartino del Pardo



 Passeggiando per il centro, giunti a piazza Duomo, al turista occasionale non sfugge la fontana dell'Amenano, opera ottocentesca di Tito Angelini, dai catanesi un tempo nota come Acqua 'o linzolu. Ciò che rende così particolare questa fontana, agli occhi del visitatore, è la quinta di palazzi in cui si trova stretta: se infatti alle spalle vi è il vuoto della piazza Alonzo Di Benedetto (ormai sede della Pescheria all'aperto), ai due lati si impongono le alte pareti dell'ex Seminario dei Chierici a est - severa, austera - e del Palazzo Sammartino-Pardo a ovest, ben più frivola della precedente.

La facciata orientale dell'edificio.

Il palazzo, il cui nome è sconosciuto ai più, non manca di attirare curiosità per le voluttosità barocche che ne decorano la facciata, sebbene da qualche tempo un'irrispettosa tettoia in ferro e vecchie assi di legno - teoricamente posta lì a difesa dei passanti per ipotetici crolli degli elementi architettonici di cui sopra - ne occlude parte della facciata, diminuendone notevolmente l'effetto scenico.
Ma che origini ha questo palazzo? Chi erano i Sammartino-Pardo che ne danno il nome?
Originariamente i San Martino di Ramondetta, provenienti dall'area dei Pirenei (non è chiaro se essi provenissero dalla Catalogna o dalla Guascogna con tal Raimondo di Miger e Toupers), entrarono in Sicilia sotto il re Aragonese Pietro I con capostipite Guglielmo e nel 1406 ottennero il feudo di Pardo il quale nel 1684 venne elevato da baronia a principato, causando una scissione nel ramo dinastico (tra i San Martino di Ramondetta infatti abbiamo anche i duchi di Fabrica, di Montalbo, di San Martino e i baroni di Campobello, Gimia, Gisira, Morbano, Priolo, Tuzia etc.). A Catania probabilmente giunsero intorno al XVI secolo, se a Caltagirone compare un capitano di Giustizia nell'anno 1518-1519, tuttavia il primo catanese a noi noto da atti ufficiali è Ottavio, con medesima carica del precedente nel 1610-1611. Nel XVII secolo molti sono i senatori catanesi del ramo Baroni del Pardo, tra cui spicca Raimondo il quale ottenne il privilegio per il titolo di I Principe del Pardo il 10 luglio 1684, reso esecutivo il 31 agosto seguente. Un suo omonimo, ci piace ricordare, fu nel 1812-1813 consolare nobile dell'Arte della Seta, nel fiorente periodo di produzione di questo pregiato materiale, di cui Catania era il solo centro europeo. Nel 1758 avviene anche un legame con la prestigiosa famiglia Paternò-Manganelli, mediante il matrimonio di don Francesco con donna Maria Eustachia, figlia di Antonio Alvaro VIII Barone di Manganelli. Ancora, nel 1777 nasceva Agatino, famoso astronomo e matematico cui si devono importanti osservazioni del pianeta nano Cerere Ferdinandea, oggi noto semplicemente come Cerere 1, di cui contribuì a calcolarne l'orbita. Un Francesco, infine, viene ricordato come 'eroe del Risorgimento' (A. Abate, Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo raccolte e narrate da Antonio Abate - biografia documentata di un eroe del Risorgimento, Tipografia Crescenzio Galatola, Catania 1861).
Nell'Archivio Storico catanese le tracce di questa famiglia si limitano agli atti matrimoniali o di liti e poca altra documentazione relativa al periodo 1679-1886. La famiglia Sammartino appare dunque una delle più influenti della vita politica cittadina a cavallo dei secoli XVII e XVIII e in questo quadro è chiaro come mai nel 1694, a un anno dal disastroso sisma, avvenga l'erezione del Palazzo cittadino proprio sulla piazza del Duomo, nucleo della vita pubblica catanese.
Si racconta che presso la cappella di Santa Maria delle Grazie, tra le macerie, si estrasse ancora vivo l'unico architetto catanese superstite, Alonzo Di Benedetto, sconvolto ed emaciato. Inutile dire che venne eletto immediatamente architetto capomastro dei principali edifici cittadini, come inutile aggiungere che la sua prima opera fu la riorganizzazione della piazza Duomo. Egli lavorò in sintonia con una squadra di architetti messinesi sugli edifici allora più urgenti: l'Arcivescovato e l'annesso Seminario dei Chierici; il Palazzo del Senato in seguito detto degli Elefanti (per via delle decorazioni che Vaccarini avrebbe poi posto più di 50 anni più tardi sulle sue facce); il Palazzo San Martino del Pardo. Questo è un importante indice dell'importanza raggiunta da tale famiglia nel panorama politico cittadino alla fine del Seicento. Il linguaggio architettonico del Di Benedetto appare ancorato agli stilemi secenteschi siciliani, un ricco bugnato decora le lesene delle sue opere, tuttavia si nota anche una certa fretta nel realizzare l'edificio, che appare superficiale nella decorazione del piano nobile. Le facce quindi sembrano rispettare quel primo barocco che già aveva a metà Seicento raggiunto il suo apice, con esempi di notevole soluzione, ma che il terremoto del Val di Noto non fece altro che trascinare con sé nel nuovo secolo.

Il balcone centrale su via Vittorio Emanuele.

Un gustoso portale si apre su via Vittorio Emanuele, citando certa edilizia palermitana, chiuso da alte lesene coronate da capitelli ionici decorate da festoni, singolari nel loro poggiarsi su mensole a riccio verticali. Qui le volute sono verticali, come nello stile eolico, tosto che orizzontali, creando di fatto un gioco di volumi sfalsati che metteva in evidenza le forme su una pietra calcarea un tempo chiara, oggi ammorbata dai fumi dello smog. Composte formelle laterali si alternano tra bugnate e decorate con cespi vegetali, mentre la bocca della porta arcuata ne riprende il motivo. In alto dovevano esserci le armi dei San Martino (alla banda, accompagnata da due rose stelate e fogliate poste in banda, quella in punta riversata; lo scudo accollato dall'aquila bicipite al volo ribassato linguata, coronata all'antica in ambo le teste e afferrante con l'artiglio destro lo stendardo gerosolimitano), che anonimi dovettero asportare, mentre subito al portale si innesta il balcone centrale, retto da mensoloni recanti mascheroni fitoantropomorfi e decorato da un fregio continuo di fiori di loto aperti e freccette; l'interspazio tra i mensoloni reca metope floreali. Nel balcone si apre una porta che ripropone il motivo dell'ordine sottostante, cui aggiunge svolazzanti volute laterali, mentre su tutto una trave arcuata al centro, formante un timpano ovale su cui è uno scudo liscio (un tempo dipinto?) dal ricco contorno rococò. Alle estremità della trave sono due piccole volute che si possono riconoscere quali la "firma" del Di Benedetto, riproposta poi anche in opere più tarde dello stesso architetto. Un cornicione lega l'elemento architettonico di primo piano con il balconcino del secondo piano, dal sapore tardo e probabilmente ormai non più della medesima mano. Qui infatti su dei mensoloni semplici a decorazione fitomorfa (felci) poggia un piano dalla stretta cornice fittamente decorata da freccette e giunchi, mentre una porta dalla semplice linea sembra citare il Neoclassico, cui aggiunge elementi decorativi di notevole eleganza. Ai lati i balconi dei due piani riprendono gli stessi motivi, mentre sul pian terreno si aprono più modeste botteghe. Le lesene bugnate e rette da alti piedritti in pietra lavica separano verticalmente quasi tutte le aperture, tranne il corpo centrale di facciata che ripropone la triade delle aperture tipica dell'architettura catanese (finestra-porta-finestra), dismesso solo a metà del XX secolo. Chiude la facciata un cornicione riccamente decorato e diviso in due ordini di cui il superiore aggettante è retto da una serie continua di mensole, secondo un gusto che appare già diffuso nella prima metà del Settecento in città.

Casina del portinaio, anni '10.

Il palazzo, uno dei primi sorti dopo il sisma del 1693, ha pure una sua storia non priva di interesse. Sede appunto dei Principi del Pardo, ben presto parte dell'edificio venne dato in affitto, così che alla fine del XVIII secolo esso divenne il primo albergo di Catania, dove i viaggiatori del Grand Tour trovarono alloggio se non ospitati da nobili conosciuti nelle loro visite (alcuni ad esempio, come Brydone e Goethe, furono di fatto ospiti del Principe di Biscari). Vi nacque il già citato Agatino, cui è dedicata una scuola media in città. Non ultimo, infine, pare vi soggiornò anche Giuseppe Garibaldi e da un suo balcone si affacciò a salutare i catanesi: la leggendaria frase "O Roma, o morte!", sebbene la tradizione vuole che venne da qui pronunciata, conosce fin troppi balconi in Italia quale suo palco, pertanto ci riserviamo di non reputare troppo affidabile quanto tramandato. Diviso in seguito tra diversi proprietari, appare come un piccolo condominio, il cui portiere è ospite in una graziosa guardiola in legno dei primi del Novecento, uno degli ultimi esempi dell'Art Nuveau catanese in materiale deprecabile ancora integro. Colpevolmente non inserito tra gli edifici riconosciuti quali Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO sotto il titolo di Late Baroque Towns of the Val di Noto (South-Estern Sicily), oggi appare come un nobile decaduto la cui integrità è minacciata dal tempo e dall'incuria e i cui elementi strutturali interni hanno ormai da troppo tempo perduto il loro linguaggio originale.

Scalette senza tempo e senza decoro
rendono illeggibile l'originaria struttura Settecentesca.
L'ingresso dal lato del cortile.
Un magnifico portale chiuso da un mascherone è soffocato dai cavi elettrici e dai tubi.

All'interno si apre un cortile in cui appaiono resti del periodo più florido riconvertiti diversamente, come una fontana la cui bocca è un mascherone proveniente da un perduto arco o da un balcone.





Mascherone riconvertito a fontanella.

Per approfondire la conoscenza sulla famiglia dei San Martino (pure Sanmartino o Sammartino) Pardo si rimanda all'articolo I principi Francesco e Gaspare San Martino Pardo sul blog Musicaemusicologia.worldpress.com, dietro segnalazione di un nostro lettore.

2 commenti:

Mario Musumeci ha detto...

Per ulteriori approfondimenti su San Martino (o Sammartino) Pardo di Ramondetto cfr.:

http://musicaemusicologia.wordpress.com/2013/10/01/una-poco-nota-famiglia-di-nobili-meridionali-e-risorgimentali/

N.B.: il webmaster del sito è un diretto discendente dela famiglia e come tale in possesso di varia documentazione in proposito (carte patenti e stemmi nobliari, carte anagrafiche, etc.)

Archeo ha detto...

Gentilissimo #Mario Musumeci,

Grazie per l'interessante e apprezzato approfondimento realtivo ai San Martino/Sammartino. Certamente i nostri gentilissimi lettori avranno piacere ad approfondire ulteriormente su questa nobile famiglia la quale, l'indomani del sisma del 1693, era ben più importante di quanto non si creda.

Cordiali saluti, Archeo.

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