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mercoledì 10 ottobre 2012

Un tetto per pregare: la lunga storia della Moschea della Civita

    Keith Abdelhafid, imam della comunità islamica catanese, assicura che entro luglio sarà pronta la Majid di Catania, ricavata nei locali dell'ex Teatro Nazionale.
Prima di giungere a questa importante tappa per i musulmani che abitano la città, in realtà, vi sono state lunghe attese, rinunce, compromessi inaccettabili, ma anche un vago ricordo delle deportazioni che, a differenza della più numerosa comunità ebraica, passarono colpevolmente in sordina nel grande libro della Storia d'Europa.



Come il lettore avrà già avuto modo di intuire dai precedenti articoli, anche in questo caso bisognerà partire da lontano, esattamente dal IX secolo, quando un nutrito insieme di eserciti Berberi, proveniente dal Magreb e da quasi un secolo islamizzato, intraprese la conquista della Sicilia, scrivendo un capitolo affascinante quanto non del tutto chiaro della nostra storia. I Musulmani di Sicilia, come li definì saggiamente lo studioso Michele Amari, ebbero un rapporto rispettoso nei confronti delle città conquistate: a differenza dell'uso antico, infatti, non rasero al suolo gli edifici, ma quasi certamente preferirono semplicemente convertirli a nuovo uso. Si spiega così il mancato ritrovamento di architetture databili ai quasi cento anni di emirato in Sicilia e nel contempo la presenza di oltre trecento moschee a Palermo, secondo quanto tramandano Ibn Hawqal e Ibn Idris, molte di esse precedenti templi cristiani o private abitazioni. Le medesime fonti testimoniano anche per Catania una ricca quantità di edifici di culto nella città etnea, alcune forse antiche chiese convertite all'uso islamico. Purtroppo nessuna traccia - documentaria o archeologica - ci ha permesso, né permette tuttora, di identificarne alcuna.


L'area della Civita, dalle strade irregolari e piccole piazze.
(Tratto da N. van Aelst, La Clarissima città di Catania Patria di S.ta Agatha Verg. et Mar., Roma, 1592).

Accade che, all'inizio del secolo XI, una nuova forza si impone nel gioco politico isolano: dalla Calabria, già conquistata da Roberto il Guiscardo, sbarcano gli uomini del nord, i Normanni. La loro politica, altrove bellicosa e distruttiva, qui si placa e trova sovente compromessi considerati innovativi per il periodo. Le coorti siciliane si popolano di personalità di ogni etnia e le città spesso si trovano ad essere equamente distribuite da comunità religiose differenti. L'esempio più intrigante è Randazzo, dove periodicamente la chiesa principale di una delle tre comunità (Greco-Ortodossa, Lombarda, Latina) veniva eletta matrice di tutta la città.

A Catania viene fondata la diocesi cristiana da Ruggero I nel 1092, con guida l'abate bretone benedettino Ansgerio, il quale diventa anche signore feudale della città. Il culto greco è ancora testimoniato nel 994 e nel 1040 con i vescovi Leone III e Umberto, ma non è chiaro se con l'istituzione della nuova diocesi esistesse una comunità Greca. Gli Ebrei avevano la loro Giudecca nei quartieri occidentali (la Iudeca Suprana, ossia il piano della Cipriana), da cui si spostarono inglobando anche i quartieri a sud fino all'odierna Pescheria. E i Musulmani?

Sulla base dello studio delle antiche planimetrie appare evidente che i quartieri orientali della città, situati al di là della Platea Magna, oggi piazza Duomo, non rispettino la regolarità delle arterie dei quartieri occidentali. Alcuni autori ritengono pertanto che quelle zone, corrispondenti grossomodo all'attuale quartiere Civita, potessero essere l'area di concentrazione della comunità islamica superstite alla conquista cristiana. A noi sembra un'ipotesi piuttosto ragionevole, specie se supportata dal confronto con Palermo i cui quartieri islamici sono ben noti. In quest'area esisteva il tempio principale, la Majid Ǧama o "Moschea del Venerdì", che richiamava i fedeli per le preghiere settimanali.
La tradizione identifica il tempio con la fu chiesa di San Tommaso Apostolo.


Planimetria di Ittar (1833), particolare della Civita.
Al n° 177 corrisponde la  chiesa di San Tommaso.

Siamo nel 1170, il nuovo vescovo eletto di Catania è Roberto e a Canterbury muore Thomas Becket, santificato tre anni dopo come Tomaso Cantuariensis. Roberto requisisce la moschea e la converte al Cristianesimo, intitolandola al santo inglese. Più tardi verrà preferito il culto dell'Apostolo Tommaso, forse in quel 1571, quando vi si fondò la Compagnia dei Marinai. Sede di parrocchia dal 1401, dal 1446 venne annessa alla regia Cappella di Santa Maria dell'Elemosina, oggi nota come Collegiata. Nel 1640 fu privata dei Sacramenti e nel 1679 venne consegnata alla custodia delle monache di Santa Lucia. L'antica Majid Ǧama ormai luogo di culto cristiano venne distrutta dal sisma del 1693 e ricostruita sette anni dopo da don Andrea Reggio e Saladino a una navata, con abside piatta e una serie di cappelle laterali, come si evince dalla planimetria di S. Ittar edita nel 1833. Nei ricchi interni, ci racconta Giuseppe Rasà Napoli (Guida e breve illustrazione delle chiese di Catania e sobborghi, Catania 1900), si ammiravano il soffitto ligneo, gli antichi quadri di Santa Rosalia e di Santa Maria di Portosalvo con San Tommaso (residui dell'antico tempio), la settecentesca tela del Martirio di S. Andrea (cui fu convertita la chiesa nel 1700 dal Reggio).
In tempi indefiniti del Novecento, tuttavia, questa chiesa già moschea dalla memoria storica di notevole interesse, abbandonata e forse crollata, sparì. Oggi, nel medesimo luogo, appare un palazzetto anonimo appartenente al periodo del "boom" edilizio catanese, a cavallo tra gli anni '50 e '60, indice di un mondo e di una memoria sfumata via, cancellata.

La facciata degli edifici che hanno soppiantato l'antica chiesa di San Tommaso, nella via omonima,
già Moschea del Venerdì.
Passano i secoli e quella comunità musulmana che Federico II si guardò bene dal mantenere in Sicilia, viene sostituita da nuove generazioni che timidamente fanno capolino verso la fine degli anni '70, a una decina di anni dalla scomparsa di quello che fu un tempio islamico, e piano alla volta iniziano ad adattarsi a questa "nuova" Catania. Nuove genti del nuovo Magreb - ora Tunisini, Marocchini, Algerini - ma anche da Senegal, Mauritius, Sri Lanka, Pakistan portano con sé un nuovo Islam, una nuova energia religiosa che solo occasionalmente nei secoli passati si sarebbe vista in Sicilia.

Sin dal 1980, per prima in Italia, a Catania sorge in via Castromarino una nuova Moschea, per volontà dell'avvocato Michele Papa e su progetto di un architetto egiziano. Leggendo da un articolo di Francesco Pontorno (Un teatro trasformato in moschea) apprendiamo che le condizioni che la videro sorgere non furono del tutto chiare, in quanto l'avvocato pare sia stato uno stretto amico del fu dittatore Muammar Gheddafi. Anche la scritta che campeggiava sul prospetto (Michele Papa aedificavit) appare piuttosto fuori luogo (in un tempio islamico è vietata la riproduzione dell'essere umano, figuriamoci quanto sacrilego possa essere il gesto dell'appropriazione del merito di averlo edificato!). Alla fine degli anni '80, ad ogni modo, anche per questioni logistiche ed economiche, la moschea perse sempre più fedeli i quali si organizzarono diversamente.
La prima moschea d'Italia in via Castromarino, oggi residenza di privati.
Caso vuole che i musulmani di Catania siano tornati ad occupare quel quartiere un tempo islamico, frequentando due moschee organizzate alla buona, in un garage e in uno scantinato. Ci piace ricordare in merito una frase di Mufid Abu Touq, tratta dal medesimo articolo di Pontorno: "Quando un musulmano arriva in Sicilia vi riconosce subito la terra dei padri".
Leggendo un altro articolo, a firma Claudia Campese (A luglio pronta la moschea di Catania. L’imam: «Luogo di scambio e cultura») si toccano altri elementi chiave della lunga attesa per un luogo di culto islamico in città, che sia libero e per tutti. Si parla di integrazione, di parla di burocrazia, si parla anche di lingua.
Prendiamo l'aspetto economico. Realizzare una moschea ha i suoi costi e infatti il primo edificio realizzato a Catania venne finanziato dal governo di Tripoli. Consci che un compromesso del genere avrebbe comportato notevoli rischi come implicazioni politiche non di poco conto, i fedeli iniziarono una lunga "odissea religiosa" - che nulla ha a che vedere con l'Egira che il Profeta compì quasi 1400 anni prima, ma che certamente ha visto notevoli prove di fede dovendosi scontrare con la burocrazia nostrana - tentarono la richiesta di concessione di spazi per la preghiera in città. Alla fine, la corposa comunità, priva di una bandiera politica o di una nazionalità, ha fatto da sé, raccogliendo in quasi vent'anni i fondi necessari, anche grazie ai contributi dei rispettivi familiari in madrepatria, così qualche anno fa acquistarono il vecchio Teatro Nazionale e iniziarono - ancora, in sordina - i lavori per la realizzazione di una grande Moschea, la più grande del Mezzogiorno.


I ruderi del Teatro Nazionale prima del restauro (2010).
La costruenda Moschea durante i restauri (2012).
La Moschea dopo l'inaugurazione (2013).
Il vecchio Teatro, ormai ridottosi alle quattro pareti e coperto da una pietosa tettoia in amianto, ebbe una vita breve, ma intensa e gloriosa: fondato nel 1886 vi recitò Eleonora Duse tre anni più tardi, mentre nel 1899 vi cantò Titta Ruffo, allora esordiente, l'anno in cui il teatro avrebbe chiuso definitivamente i battenti.
Acquistato e restaurato dai fedeli musulmani, sta prendendo forma ogni giorno che passa, trovandosi ad avere due piani dedicati alle funzioni religiose (il secondo è un "matroneo" alla islamica, in modo da concedere anche alle donne la libera partecipazione alle preghiere) e un  ampio sottotetto in cui poter organizzare conferenze e lezioni di arabo e italiano nelle aule adiacenti. Il nuovo tetto perde finalmente il tossico amianto per un rivestimento in tegole, tranne per il lato orientale, quello su via Porta di Ferro (angolo piazza Cutelli), dove sorgerà una cupola-lanterna in grado di illuminare il muro della Qibla su cui si aprirà un luminosissimo Mihrab orientato a sud-est, in direzione della Mecca. Al suo fianco probabilmente si innalzerà un piccolo Minareto per il richiamo dei fedeli.
Le lezioni di italiano che si terranno nella nuova struttura, inutile dirlo, saranno finalizzate all'inserimento nella nuova società da parte degli immigrati, mentre l'arabo verrà insegnato per mantenere il ricordo della propria lingua madre, ma sarà possibile anche per gli italiani accedere ai corsi, in un clima di reciproco scambio, di culture e di saperi, come di lingue e di sensazioni.
Il clima di indipendenza dalla geopolitica e di coesione tra i membri della comunità islamica catanese - che ricordiamo contare membri da paesi africani quanto asiatici - e l'apertura nei confronti della città riecheggia quasi quel vecchio clima di ospitalità che i Normanni ebbero modo di conoscere e apprezzare al punto da far proprio nel loro modo di essere in Sicilia. Per una volta la convivenza e la pace tra i popoli fa notizia.
Chissà che non faccia anche scuola.

martedì 9 ottobre 2012

"L'angolo" di Piazza Duomo: Palazzo Sammartino del Pardo



 Passeggiando per il centro, giunti a piazza Duomo, al turista occasionale non sfugge la fontana dell'Amenano, opera ottocentesca di Tito Angelini, dai catanesi un tempo nota come Acqua 'o linzolu. Ciò che rende così particolare questa fontana, agli occhi del visitatore, è la quinta di palazzi in cui si trova stretta: se infatti alle spalle vi è il vuoto della piazza Alonzo Di Benedetto (ormai sede della Pescheria all'aperto), ai due lati si impongono le alte pareti dell'ex Seminario dei Chierici a est - severa, austera - e del Palazzo Sammartino-Pardo a ovest, ben più frivola della precedente.

La facciata orientale dell'edificio.

Il palazzo, il cui nome è sconosciuto ai più, non manca di attirare curiosità per le voluttosità barocche che ne decorano la facciata, sebbene da qualche tempo un'irrispettosa tettoia in ferro e vecchie assi di legno - teoricamente posta lì a difesa dei passanti per ipotetici crolli degli elementi architettonici di cui sopra - ne occlude parte della facciata, diminuendone notevolmente l'effetto scenico.
Ma che origini ha questo palazzo? Chi erano i Sammartino-Pardo che ne danno il nome?
Originariamente i San Martino di Ramondetta, provenienti dall'area dei Pirenei (non è chiaro se essi provenissero dalla Catalogna o dalla Guascogna con tal Raimondo di Miger e Toupers), entrarono in Sicilia sotto il re Aragonese Pietro I con capostipite Guglielmo e nel 1406 ottennero il feudo di Pardo il quale nel 1684 venne elevato da baronia a principato, causando una scissione nel ramo dinastico (tra i San Martino di Ramondetta infatti abbiamo anche i duchi di Fabrica, di Montalbo, di San Martino e i baroni di Campobello, Gimia, Gisira, Morbano, Priolo, Tuzia etc.). A Catania probabilmente giunsero intorno al XVI secolo, se a Caltagirone compare un capitano di Giustizia nell'anno 1518-1519, tuttavia il primo catanese a noi noto da atti ufficiali è Ottavio, con medesima carica del precedente nel 1610-1611. Nel XVII secolo molti sono i senatori catanesi del ramo Baroni del Pardo, tra cui spicca Raimondo il quale ottenne il privilegio per il titolo di I Principe del Pardo il 10 luglio 1684, reso esecutivo il 31 agosto seguente. Un suo omonimo, ci piace ricordare, fu nel 1812-1813 consolare nobile dell'Arte della Seta, nel fiorente periodo di produzione di questo pregiato materiale, di cui Catania era il solo centro europeo. Nel 1758 avviene anche un legame con la prestigiosa famiglia Paternò-Manganelli, mediante il matrimonio di don Francesco con donna Maria Eustachia, figlia di Antonio Alvaro VIII Barone di Manganelli. Ancora, nel 1777 nasceva Agatino, famoso astronomo e matematico cui si devono importanti osservazioni del pianeta nano Cerere Ferdinandea, oggi noto semplicemente come Cerere 1, di cui contribuì a calcolarne l'orbita. Un Francesco, infine, viene ricordato come 'eroe del Risorgimento' (A. Abate, Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo raccolte e narrate da Antonio Abate - biografia documentata di un eroe del Risorgimento, Tipografia Crescenzio Galatola, Catania 1861).
Nell'Archivio Storico catanese le tracce di questa famiglia si limitano agli atti matrimoniali o di liti e poca altra documentazione relativa al periodo 1679-1886. La famiglia Sammartino appare dunque una delle più influenti della vita politica cittadina a cavallo dei secoli XVII e XVIII e in questo quadro è chiaro come mai nel 1694, a un anno dal disastroso sisma, avvenga l'erezione del Palazzo cittadino proprio sulla piazza del Duomo, nucleo della vita pubblica catanese.
Si racconta che presso la cappella di Santa Maria delle Grazie, tra le macerie, si estrasse ancora vivo l'unico architetto catanese superstite, Alonzo Di Benedetto, sconvolto ed emaciato. Inutile dire che venne eletto immediatamente architetto capomastro dei principali edifici cittadini, come inutile aggiungere che la sua prima opera fu la riorganizzazione della piazza Duomo. Egli lavorò in sintonia con una squadra di architetti messinesi sugli edifici allora più urgenti: l'Arcivescovato e l'annesso Seminario dei Chierici; il Palazzo del Senato in seguito detto degli Elefanti (per via delle decorazioni che Vaccarini avrebbe poi posto più di 50 anni più tardi sulle sue facce); il Palazzo San Martino del Pardo. Questo è un importante indice dell'importanza raggiunta da tale famiglia nel panorama politico cittadino alla fine del Seicento. Il linguaggio architettonico del Di Benedetto appare ancorato agli stilemi secenteschi siciliani, un ricco bugnato decora le lesene delle sue opere, tuttavia si nota anche una certa fretta nel realizzare l'edificio, che appare superficiale nella decorazione del piano nobile. Le facce quindi sembrano rispettare quel primo barocco che già aveva a metà Seicento raggiunto il suo apice, con esempi di notevole soluzione, ma che il terremoto del Val di Noto non fece altro che trascinare con sé nel nuovo secolo.

Il balcone centrale su via Vittorio Emanuele.

Un gustoso portale si apre su via Vittorio Emanuele, citando certa edilizia palermitana, chiuso da alte lesene coronate da capitelli ionici decorate da festoni, singolari nel loro poggiarsi su mensole a riccio verticali. Qui le volute sono verticali, come nello stile eolico, tosto che orizzontali, creando di fatto un gioco di volumi sfalsati che metteva in evidenza le forme su una pietra calcarea un tempo chiara, oggi ammorbata dai fumi dello smog. Composte formelle laterali si alternano tra bugnate e decorate con cespi vegetali, mentre la bocca della porta arcuata ne riprende il motivo. In alto dovevano esserci le armi dei San Martino (alla banda, accompagnata da due rose stelate e fogliate poste in banda, quella in punta riversata; lo scudo accollato dall'aquila bicipite al volo ribassato linguata, coronata all'antica in ambo le teste e afferrante con l'artiglio destro lo stendardo gerosolimitano), che anonimi dovettero asportare, mentre subito al portale si innesta il balcone centrale, retto da mensoloni recanti mascheroni fitoantropomorfi e decorato da un fregio continuo di fiori di loto aperti e freccette; l'interspazio tra i mensoloni reca metope floreali. Nel balcone si apre una porta che ripropone il motivo dell'ordine sottostante, cui aggiunge svolazzanti volute laterali, mentre su tutto una trave arcuata al centro, formante un timpano ovale su cui è uno scudo liscio (un tempo dipinto?) dal ricco contorno rococò. Alle estremità della trave sono due piccole volute che si possono riconoscere quali la "firma" del Di Benedetto, riproposta poi anche in opere più tarde dello stesso architetto. Un cornicione lega l'elemento architettonico di primo piano con il balconcino del secondo piano, dal sapore tardo e probabilmente ormai non più della medesima mano. Qui infatti su dei mensoloni semplici a decorazione fitomorfa (felci) poggia un piano dalla stretta cornice fittamente decorata da freccette e giunchi, mentre una porta dalla semplice linea sembra citare il Neoclassico, cui aggiunge elementi decorativi di notevole eleganza. Ai lati i balconi dei due piani riprendono gli stessi motivi, mentre sul pian terreno si aprono più modeste botteghe. Le lesene bugnate e rette da alti piedritti in pietra lavica separano verticalmente quasi tutte le aperture, tranne il corpo centrale di facciata che ripropone la triade delle aperture tipica dell'architettura catanese (finestra-porta-finestra), dismesso solo a metà del XX secolo. Chiude la facciata un cornicione riccamente decorato e diviso in due ordini di cui il superiore aggettante è retto da una serie continua di mensole, secondo un gusto che appare già diffuso nella prima metà del Settecento in città.

Casina del portinaio, anni '10.

Il palazzo, uno dei primi sorti dopo il sisma del 1693, ha pure una sua storia non priva di interesse. Sede appunto dei Principi del Pardo, ben presto parte dell'edificio venne dato in affitto, così che alla fine del XVIII secolo esso divenne il primo albergo di Catania, dove i viaggiatori del Grand Tour trovarono alloggio se non ospitati da nobili conosciuti nelle loro visite (alcuni ad esempio, come Brydone e Goethe, furono di fatto ospiti del Principe di Biscari). Vi nacque il già citato Agatino, cui è dedicata una scuola media in città. Non ultimo, infine, pare vi soggiornò anche Giuseppe Garibaldi e da un suo balcone si affacciò a salutare i catanesi: la leggendaria frase "O Roma, o morte!", sebbene la tradizione vuole che venne da qui pronunciata, conosce fin troppi balconi in Italia quale suo palco, pertanto ci riserviamo di non reputare troppo affidabile quanto tramandato. Diviso in seguito tra diversi proprietari, appare come un piccolo condominio, il cui portiere è ospite in una graziosa guardiola in legno dei primi del Novecento, uno degli ultimi esempi dell'Art Nuveau catanese in materiale deprecabile ancora integro. Colpevolmente non inserito tra gli edifici riconosciuti quali Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO sotto il titolo di Late Baroque Towns of the Val di Noto (South-Estern Sicily), oggi appare come un nobile decaduto la cui integrità è minacciata dal tempo e dall'incuria e i cui elementi strutturali interni hanno ormai da troppo tempo perduto il loro linguaggio originale.

Scalette senza tempo e senza decoro
rendono illeggibile l'originaria struttura Settecentesca.
L'ingresso dal lato del cortile.
Un magnifico portale chiuso da un mascherone è soffocato dai cavi elettrici e dai tubi.

All'interno si apre un cortile in cui appaiono resti del periodo più florido riconvertiti diversamente, come una fontana la cui bocca è un mascherone proveniente da un perduto arco o da un balcone.





Mascherone riconvertito a fontanella.

Per approfondire la conoscenza sulla famiglia dei San Martino (pure Sanmartino o Sammartino) Pardo si rimanda all'articolo I principi Francesco e Gaspare San Martino Pardo sul blog Musicaemusicologia.worldpress.com, dietro segnalazione di un nostro lettore.

domenica 7 ottobre 2012

Scoprendo l'Orologio Solare di Salvatore Franco

Horologium Solarium Catanensium.
Le scritte del bordo superiore non sono state ricostruite in quanto non entranti nello spazio.

Catania, racconta Plutarco nelle Vite di Marcello, possedeva una mirabile meridiana che il console Messalla portò con sé a Roma col sacco della conquista. L'interesse per la gnomonica, la scienza dei quadranti solari, ha nella città etnea quindi un'origine piuttosto antica, tuttavia in città non sono rimasti manufatti più antichi del XIX secolo e, in numero, non sono molti. Tra essi spicca certamente la splendida Meridiana dei Benedettini, opera di notevole pregio di Sartorius e Peters, astronomi conosciutisi ad Acireale dove inaugurarono un'altra pregevole opera.

Lo gnomone (in parte ricostruito) riproduce la forma del disco solare.

Ma non tutti ricordano un quadrante in marmo, mancante della sua metà destra, esposto per anni nel cortile del Palazzo degli Elefanti, sede del Municipio di Catania. Questo quadrante, piuttosto articolato, è opera firmata del sacerdote Salvatore Franco, il geniale Autore del calendario perpetuo che vinse alla Esposizione Universale di Parigi, commissionata, come si legge dall'incisione sulla lastra marmorea, da mons. Antonino Caff. Di questo quadrante è nota soltanto l'ubicazione originaria, mentre l'anno e il motivo che spinse alla sua realizzazione sono ignoti. Originariamente posto all'interno del cortile dell'Arcivescovato, forse appeso su una parete liscia, venne probabilmente asportato durante la realizzazione del nuovo corpo di fabbrica che ne precluse un corretto funzionamento. Abbandonata quindi per anni nel cortile del Palazzo degli Elefanti, fu ritrovata in pessime condizioni da Michele Trobia, un appassionato di gnomonica interessato al suo restauro e al ripristino. Dopo diversi anni di tribolazioni e di difficoltà incontrate - nel reperire tutti i pezzi mancanti, ma anche nelle procedure burocratiche dilatatesi nel frattempo a causa del cambio di vescovo - il Trobia riuscì finalmente a vedere coronato il suo sogno il 15 maggio di quest'anno, riportando alla sua originaria allocazione il quadrante restaurato dal Laboratorio di Conservazione dei BBCC "Calvagna" di Aci S. Antonio.

L'ombra dello gnomone.
Erano le ore solari 11:32.

L'opera, degna del suo realizzatore, è in grado di fornire informazioni dettagliate e di pubblica utilità per il periodo in cui venne realizzata. L'ombra dello gnomone, la riproduzione del disco solare a sette raggi fiammati, viene proiettata sulla superficie su cui sono indicate le ore (dalle 6:00 alle 18:00 in numeri latini e arabi), le mezze ore, i quarti d'ora, le lemniscate (ossia le ellittiche "ad otto") che calcolano il tempo medio locale di Palermo. Queste ultime erano necessarie in quanto con la realizzazione delle prime ferrovie gli orari locali iniziarono a confrontarsi con quelli delle altre località, spesso alterando i tempi di attesa dei mezzi su rotaia. A questo proposito il nascente Regno d'Italia indicò nel meridiano di Roma l'ora legale per la penisola, mentre la Sicilia e la Sardegna adottarono i meridiani dei rispettivi capoluoghi. In Sicilia si usò il meridiano di Palermo fino al 1893, distante 6' 28'' dal meridiano catanese. Pertanto la realizzazione del quadrante di Salvatore Franco si colloca antecedentemente a tale data, forse nel biennio 1888-1890.
Ma le sorprese non sono finite. La lemniscata palermitana del mezzogiorno presenta lungo i bordi la rappresentazione dei segni zodiacali, mentre ai lati dell'arco dell'orologio solare, legate da una retta che indica  sul quadrante la retta degli equinozi (pertanto in grado di segnare anche l'inizio delle principali festività mobili cristiane), sono due piccole meridiane a lemniscata, in grado di fornire ulteriori dati: a destra una molto semplice segna gli equinozi e una data - il 18 marzo - probabilmente una ricorrenza cara al m. Caff; a sinistra una più completa segna tutti mesi dell'anno.

La posizione scelta per il quadrante dell'orologio,
sulla parete sud degli edifici che cingono a settentrione il cortile dell'Arcivescovato.

Per assurdo un'opera tanto bella, tanto importante e dai natali così illustri, si trova ancora priva di una doverosa segnalazione, mancando indicazioni, pannelli didattici o altre informazioni per la conoscenza del manufatto; inoltre è impossibile poterne gustare il completo funzionamento quando è in vigore l'ora legale, in quanto l'Arcivescovato chiude alle 12:30 che, in ora solare, equivalgono alle 11:30, così che per poter apprezzare l'uso delle piccole meridiane - funzionanti solo nel mezzogiorno - bisognerebbe ammirare il quadrante quando è in vigore l'ora solare.

Ringrazio Michele Trobia per l'attenta analisi dello strumento, Giuseppe Sperlinga per avermi fatto conoscere quest'opera, il compianto Luigi Prestinenza e la gentilissima sorella per avermi prestato la relazione finale degli studi di Trobia. E don Salvatore Franco per le sue opere, degne del suo genio.

Viale Alcide de Gasperi, dai pini marittimi alla striscia nera di asfalto

C'era una volta piazza Europa, recitava un provocatorio striscione affisso sulla recinzione del cantiere abbandonato del parcheggio multipiano ipogeo. Adesso lo striscione non c'è più e dopo anni di immobilismo i lavori sono ripresi e, se tutto va bene, nella prossima primavera, piazza Europa sarà restituita nella sua interezza alla fruizione dei cittadini, dotata in più di una nuova infrastruttura.

Ma se per piazza Europa la nuova alba è all'orizzonte (ammesso che anche le altre aree della piazza vengano riqualificate), per il vicinissimo viale Alcide de Gasperi, che dalla piazza comincia il suo percorso in direzione Ognina, è notte fonda. Letteralmente: basta passare da qui dopo il tramonto per rendersene conto. Il tratto di strada compreso tra piazza Europa e via San Giovanni Li Cuti è al buio, avvolto dalle tenebre, privo di una significativa illuminazione pubblica che eppure, una volta, c'era.

Ma andiamo con ordine. Il tratto di strada in questione, negli scorsi anni, è stato interessato da lavori per la realizzazione del sottostante raddoppio ferroviario, importante opera per la mobilità metropolitana e regionale. Lavori che in quest'area si sono conclusi e che hanno comportato, tra le altre cose, la rimozione della ricca alberatura di pini marittimi presenti, i quali non potranno più essere ricollocati perché adesso, lì sotto, c'è il solaio del tunnel ferroviario. Tuttavia non è certo la colata nera di asfalto ad essere l'unica alternativa. Un arredo a verde, con aiuole, cespugli, percorsi ciclo-pedonali e anche alberi di piccola-media grandezza è certamente possibile ed è, anzi, auspicabile. Oggi, questa strada, si presenta in una veste davvero squallida ed ha perso ogni attrattiva per gli avventori, nonostante la zona sia "di pregio", tra il Corso Italia e il Lungomare di Viale Ruggero di Lauria.

L'attuale tratto di v.le Alcide de Gasperi compreso tra piazza Europa e via Zoccolanti


Come se non bastasse, dopo la chiusura del cantiere, non si è neanche pensato di realizzare un marciapiede decente lungo il lato ovest della strada, che si presenta senza appositi spazi per i pedoni e in modo quanto mai disordinato, addirittura con blocchi di cemento a delimitare un perimetro inopinatamente lasciato irregolare.

Così si presenta il margine della carreggiata ovest


Nell'attesa (perenne?!) che tutto il viale Alcide de Gasperi, nella sua interezza, diventi la nuova arteria di scorrimento cittadino in alternativa al lungomare da destinare prevalentemente a pedoni, ciclisti e mezzi pubblici, per quanto altro tempo ancora questo pur importante tratto di strada dovrà rimanere in queste deprecabili condizioni?


venerdì 5 ottobre 2012

Piazza Cutelli, l'oltraggio quotidiano

Piazza Mario Cutelli fu interamente ripavimentata e riqualificata alcuni anni fa, nel corso di quelle ripetute iniziative di Catania cambia Catania, autentico vessillo dell'amministrazione Scapagnini, la quale, però, al pari dell'attuale, peccava alquanto nella manutenzione degli spazi pubblici.

La piazza, da allora, dovrebbe essere un'isola pedonale, tant'è che tutta la pavimentazione è a livello dei marciapiedi e la via Porta di Ferro divenne strada senza sbocco, peraltro senza alcun problema di impatto viabilistico, poiché via Vittorio Emanuele II e via Calì continuavano e continuano ad essere regolarmente percorribili. Di fronte all'ingresso del pregevole Convitto Cutelli, in teoria, il tratto di strada rialzato e ripavimentato farebbe parte dell'area pedonale, in asse con via Porta di Ferro, con la prospettiva del portale libera da ogni intralcio visivo e percorso privilegiato per i croceristi che penetrano nella Civita giungendo dal porto.

Tuttavia, nonostante ripetute segnalazioni, non sono mai stati posti dissuasori all'incrocio tra via Aparo e via Porta di Ferro e i paletti sul bordo del marciapiede di via Vittorio Emanuele II sono stati divelti da anni e mai ricollocati: il risultato è che tutto il lato ovest della piazza è perennemente invaso da auto, di giorno e di notte, ed impiegato illegittimamente sia come parcheggio che come strada di transito, sfruttando la piccola rampa per disabili posta in corrispondenza del passaggio pedonale.

È così difficile provvedere ad installare dissuasori a nord e a sud della piazza? Come mai non viene mai fatto rispettare l'ordine e la legalità in questo luogo simbolo del quartiere della Civita, su cui si affaccia anche la facoltà di Scienze Politiche, con il gioiello architettonico del Convitto Cutelli, a pochi passi da via Teatro Massimo, luogo di passaggio di numerosi turisti?

Oltre al danno di immagine alla città per il disordine e l'illegalità continuamente tollerata, il continuo passaggio di mezzi ha danneggiato la pavimentazione nonché la bordatura in pietra lavica delle aiuole presenti.

Paletti divelti lungo via Vittorio Emanuele II 



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