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venerdì 18 ottobre 2013

Il pullman che "impalla" la fontana

Piazza Giovanni XXIII: un pullman dell'Ast, da ormai parecchie settimane e per diverse ore al giorno, sosta davanti la fontana del Ratto di Proserpina.
Appare assolutamente infelice la localizzazione di questo stallo di sosta ricavato giusto a fianco di una delle più belle fontane cittadine. In questo modo, evidentemente, la visuale del monumento viene oscurata da gran parte della piazza stessa.In una città che vuole rilanciarsi nel turismo, particolari come questo sono importanti. L'area di sosta va localizzata in un altro spazio.
Allo stesso tempo, è d'obbligo ricordare che la piazza Giovanni XXIII è probabilmente al primo posto tra le grandi piazze urbane di Catania che necessiterebbero di un potente intervento di trasformazione e riqualificazione. L'unico elemento di pregio della piazza è proprio la Fontana del Ratto di Proserpina che, inoltre, è totalmente priva di un'adeguata illuminazione che la valorizzi.




Va segnalato che il Sindaco di Catania, Enzo Bianco, ha già risposto a questa segnalazione preannunciando provvedimenti in merito.

martedì 27 agosto 2013

Addio al Ponte Gioeni: un aggiornamento fotografico

In questi giorni ha molto fatto discutere l'abbattimento del cavalcavia sul Tondo Gioeni, eretto dietro progetto dell'ingegnere Calogero Benedetti nel 1964 e demolito nel periodo di ferragosto. In sua vece invertitori di marcia e il sottopasso Caronda ispirato al vicino sottopasso Fleming. Alla data 27 agosto 2013 la situazione dei lavori è la seguente.






Il primo traffico ha rivelato la necessità di un by-pass ad entrambi i lati dell'area del Tondo Gioeni, in modo da evitare la confluenza del traffico in un unico nodo. La presenza del restringimento in direzione Ognina per via dell'invertitore di marcia causa una maggiore difficoltà per la scorrevolezza del traffico, in un punto non distante dalla confluenza di due arterie (via Etnea e via Caronda dove confluisce la via Rosso di San Secondo) il cui volume di autoveicoli è piuttosto elevato.

giovedì 11 luglio 2013

La segnaletica verticale a Catania: un disastro

I catanesi si sono forse assuefatti a una situazione di cui pare nessuno si renda conto, ma basterebbe notare le reazioni dei forestieri o girare per le strade di una qualsiasi altra, comunissima città civile per rendersi conto di come a Catania lo stato della segnaletica verticale sia penoso. Non si parla, qui, di chissà quale livello di architettura e urbanistica: si parla di banalissime indicazioni stradali.
 
Le immagini si commentano da sole. In molteplici luoghi della città, ecco come appare la segnaletica verticale: storta, cadente, precaria. Negli ultimi anni nessun addetto del Comune se n'è accorto? 


Viale Andrea Doria

Imbocco del viadotto del Tondo Gioeni


Tondo Gioeni
Tondo Gioeni
Ancora Tondo Gioeni: "spicca" un'indicazione capovolta per Tremestieri


viale Marco Polo
(altri cartelli, prima attaccati al palo, giacciono nell'aiuola)

Via Vincenzo Giuffrida:
un cartello attende solo di cadere e procurare pericolo alla prossima raffica di vento

Questi sono solo alcuni esempi; di cartelli in questo stato la città è piena.

In altri casi, invece, la segnaletica verticale non esiste proprio: o meglio, esiste soltanto quella commerciale, peraltro disposta in modo estremamente disordinato, mentre non c'è alcun cartello che indichi la direzione di altri luoghi, località, strade statali e autostrade. È il caso di -da non crederci!- quasi tutto l'asse della circonvallazione, dove in seguito agli interventi di modifiche alla viabilità, al tempo delle amministrazioni Scapagnini, non è stata mai -mai!- collocata apposita segnaletica verticale. Scandaloso.

Viale Ulisse.
Disordinata segnaletica commerciale e null'altro.
v
Rotatoria tra viale Bolano e via Palermo.
Presente solo segnaletica commerciale (e disordinata).
Per non parlare delle condizioni del "verde"...

Altri casi ancora, invece, vogliono che in seguito a incidenti o violente raffiche di vento, i pannelli stradali divelti non siano mai stati ricollocati, lasciando così queste immagini di città da terzo mondo:

Viale Marco Polo

Viale Odorico da Pordenone

Ingresso alla circonvallazione da via Caboto: della vecchia segnaletica resta solo un invasivo palo

Non sono pochi, ancora, i casi in cui la segnaletica, modificata nel tempo e con aggiunte susseguitesi, genera casi di orrore estetico e di scarsa utilità, anche nelle zone più "in" della città:

Piazza Europa, isola di traffico: una selva di pali e paletti


Infine, una casistica forse meno grave, ma indice anche questa della strafottenza delle ultime amministrazioni comunali: segnaletica verticale dotata di illuminazione che, da anni, non funziona, e che mai nessuno ha pensato di ripristinare.

L'ingresso nord di Catania provenendo dalla SS114:
di notte, il cartello che riporta il nome della città, una volta retroilluminato, è al buio.

Via Messina: illuminazione della segnaletica non funzionante

Viale Ulisse: illuminazione della segnaletica non funzionante

Via Vescovo Maurizio: illuminazione della segnaletica non funzionante
Via Nuovalucello: segnaletica nascosta dalla vegetazione e illuminazione non funzionante

Imbocco di viale Andrea Doria al Tondo Gioeni: illuminazione della segnaletica non funzionante

Via Passo Gravina: illuminazione della segnaletica non funzionante
Gli esempi potrebbero continuare.

Oltre alla collocazione di segnaletica laddove è mancante e al ripristino di quella cadente, insieme con l'illuminazione, sarebbe opportuno provvedere a un piccolo riordino che contempli anche sostegni almeno minimamente dignitosi. Basterebbero semplici cornici in ferro, come nel vicino comune di Nicolosi.
Chiudiamo con un esempio di segnaletica verticale ordinata. Nulla di trascendentale, semplicissimo, essenziale.


mercoledì 26 giugno 2013

L'Etna patrimonio Mondiale Unesco





L'Etna, chiamato dai catanesi a muntagna, ha ricevuto in questi giorni un importantissimo riconoscmento in termini di tutela e immagine. Da quest'anno infatti sarà inserito tra i patrimoni ambientali tutelati dall'UNESCO, l'ente che si occupa di censire e salvaguardare i luoghi e le opere più significative del mondo. Qui le motivazioni della scelta http://whc.unesco.org/en/tentativelists/5579
Intanto, per chi non lo conoscesse da vicino, consigliamo a tutti una gita a Catania e sull'Etna, per scoprire scorci e un ambiente che in pochi si aspettano da una terra calda e così vicina al mare...






Foto di dolphin_ct Flickr

domenica 2 giugno 2013

Storie di vigne, di frati e di cavalli


Nel 1635 la comunità gesuitica di Catania, presente in città da poco meno di un secolo, iniziò l'acquisto delle vigne del Sardo, appartenute cento anni prima a tal Erasmo il quale era il latifondista del grande feudo a occidente delle mura civiche. Tale feudo era noto anche come "vigne dell'Arcora" per via dei ruderi di quel ponte-acquedotto che i Romani edificarono per portare in città la leggera acqua di Licodia, e difatti nel 1640 appare la menzione agli "Archi" che trovavasi vicino. L'imponente archeggiato romano (di cui rimangono resti ormai sempre più frammentari e per nulla tutelati) apparteneva all'opera idraulica più grande mai eretta in Sicilia, ma le sue dimensioni non parvero limitare il Senato civico che nel XVI secolo ne autorizzò l'abbattimento per cavarne materiale da costruzione per le mura e nel secolo successivo per ricavare la splendida passeggiata alla Marina.
Le vigne del Sardo, la cortina muraria trecentesca e il Bastione dell'Arcora (incisione di F. Nigro).
Le vigne presero dal 1565 il nome di Sardo, nome poi esteso anche alla omonima Porta urbica che si aprì nel Cinquecento sulle mura aragonesi e demolita nel 1792 per la realizzazione della strada del Corso (odierna via Vittorio Emanuele).
Secondo la regola gesuitica, una volta a settimana gli studenti dei collegi erano tenuti ad un giorno di svago e di pausa dagli studi da effettuarsi in piena campagna, in modo da "ricrearsi" e la funzione delle vigne dovette essere inizialmente questa: si ha notizia di un casolare e di una cisterna.
La struttura - immaginata completa - in una pianta di Jean Houel (Plan de la Ville de Catane, 1775 ca.) sopra le lave secentesche.
Nel 1669 l'imponente fronte lavico, scaturito dai Monti della Ruina (oggi Monti Rossi) presso l'antico cenobio benedettino, giunse alle vigne del Sardo sconvolgendole e inghiottendo gran parte dei terreni e dei casolari qui situati, comprese le proprietà gesuitiche. Di queste però dovette sopravvivere una torre, menzionata per un restauro avvenuto nel 1749. Non è chiaro in quali circostanze, ma i Gesuiti riacquistarono parte dei terreni ormai a sciara, su cui edificarono alcune "stanze", restaurate nel 1699 dopo che il sisma di tre anni prima le aveva "vessate". Il sito non doveva essere tenuto in gran considerazione dai frati, se solo nel 1720 appaiono le prime notizie per bonifica e realizzazione di servizi. Questo disinteresse si potrebbe giustificare con l'impegno oneroso che il ricostruendo Collegio in centro stava in quegli anni catturando la priorità dei frati.
Via della Filanda, detta anche dello Stallonaggio.
Pochi anni più tardi si ha notizia dell'acquisto di altri terreni, segno di un aumento delle finanze disponibili e dell'intenzione di ampliare le "vigne" sulle sciare secentesche, forse con intento produttivo, come si evincerà dalle prime fabbriche inaugurate nel ventennio seguente. Infatti dal 1746 al 1765 abbiamo notizia della costruzione dei corpi di fabbrica destinati a Casa degli Esercizi Spirituali, ma già nel 1748 si procede alla costruzione della cantina e dal 1753 del palmento.
Ingresso dell'edificio da via Vittorio Emanuele II (circa 1869).
Corpo di tramontana. Portale della cappella?
Si nota come il pianterreno sia stato rialzato nell'Ottocento a primo piano, traducendo le porte in finestre balconate.
Nel 1745 inizia l'acquisto del materiale per costruire il ritiro di cui la prima pietra fu posta l'anno seguente. In questo ritiro andavano eseguite meditazioni e contemplazioni individuali o collettive rivolte ai frati e ai laici. Nasce quindi il bisogno di realizzare una serie di ambienti ospitali dove poter riposare e pregare, viene edificata la cappella per le preghiere comuni nel 1751. L'edificio si presenta ad angolo retto e si adagia sulla strada del Corso (detta anche di Sardo) già tracciata sulle sciare e nella campagna suburbana. Spicca la lunga galleria con loggia interna, destinata ad ospitare le celle dei frati e dei laici durante il loro ritiro spirituale. Qui una singolarissima balconata del 1763 testimonia il legame ancora forte con il tardo-barocco, creando una scenografia quasi teatrale di cui le aperture nei due piani costituiscono le ritmate quinte, sconvolgendo lo spettatore mediante una serrata processione di mensoloni da esterno, creando una forte sensazione di straniamento dovuta alla coesistenza di elementi architettonici canonicamente di diverse destinazioni. Rende ancora più sottile il gioco scenografico l'onda della ghiera metallica che rifluisce nei gigli di ferro battuto.
Galleria e loggione settecentesco.
La galleria vista dal cortile.
Il 1767 è l'anno della soppressione dell'Ordine e dalla cacciata dei Gesuiti dal Regno, operata da Bernardo Tanucci il quale applicò la bolla di Clemente XIV sui regni di Ferdinando di Borbone. La Casa degli Esercizi Spirituali venne conclusa appena due anni prima, costituita dalla casina dov'erano le camere dei frati, dalla cappella e dalla sua anticamera, dalla torretta con scala in legno per l'accesso alla loggia, un camerone, la camera del rettore, la cucina, un magazzino e una pagliera, la casa del massaro e diversi ripostigli e ambienti. Dal 1777 le vigne del Sardo vengono lottizzate e come appare dalla planimetria di Ittar (edita nel 1833) il complesso, sebbene conservi un ampio vigneto, è letteralmente inserito nella maglia urbana tardo settecentesca e ottocentesca.
L'ingresso ottocentesco dal cortile.
Il cortile, già vigneto, si sviluppa intorno ad una fontana centrale circondata da un gruppo di Ficus macrophylla. Un piccolo e gradevole giardino è un lontano ricordo del ritiro spirituale gesuita.
Nel 1822 la Casa è sede della Real Gendarmeria, mentre la grande confisca dei beni patrimoniali ecclesiastici operata dal nascente Regno d'Italia ne decreterà l'uso quale "Deposito dei cavalli stalloni". Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento l'edificio vedrà una serie di pesanti manipolazioni per essere adattato ad ospitare i cavalli. L'abbassamento nel 1869 del livello stradale per parificare le strade comporterà la creazione di un pianterreno in sostituzione delle fondamenta e la realizzazione di una lunga rampa per l'accesso alla galleria originale.
Rampa d'accesso alle strutture settecentesche.
Deliziosa scala settecentesca (1749 ca.).
Lo "Stallone", come viene definito dai catanesi, è il più grande maneggio al chiuso da Napoli in giù, oltre a costituire una rarità, essendo una struttura pienamente urbana. La sua progressiva chiusura ne ha vietato l'accesso ai visitatori, nonostante la grande valenza didattica che una sede del genere può offrire oltre al pregio architettonico delle strutture non sconvolte nell'Ottocento. Il suo progressivo abbandono ne stava decretando anche un lento deterioramento che avrebbe comportato il disfacimento della struttura, sotto l'indifferenza generale, data la posizione non proprio felice del complesso. Tuttavia in tempi recenti l'interesse congiunto della sede del Kiwanis club Catania Est, di SiciliAntica Catania e dell'Archeoclub Sicilia ha fatto sì che si procedesse per il progressivo recupero e restauro del grande plesso, a partire proprio dalla galleria con loggia settecentesca. Giorno 1 maggio 2013 veniva aperto alla cittadinanza per la conclusione dei lavori il plesso, in cui sono esposti due carrozzini lignei ottocenteschi e diversi finimenti appartenuti al Duca Trigona di Misterbianco. La destinazione del plesso sarà probabilmente espositiva con la previsione di un biglietto d'ingresso che garantirà l'autofinanziamento al maneggio rimasto attivo nelle strutture ottocentesche non ancora restaurate.
La presentazione della struttura appena restaurata dietro l'interesse di Kiwanis e SiciliAntica.
Carrozzino ottocentesco.
Finimenti con gli stemmi del Duca Trigona di Misterbianco.
Con questo articolo tuttavia vorremmo anche segnalare come il restauro non possa prescindere dalla salute dei cavalli ancora ospiti del maneggio il quale appare strutturalmente non più adatto per gli equini, utilizzando ancora in parte le ristrette celle dei primi del Novecento, molto più simili ad un campo di concentramento che ad una stalla di moderna concezione.
Una delle celle dove sono ospitati i cavalli.
Braccio di levante.
Non siamo a Dachau.
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